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Benthos
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top
Il mwdabenthos (o mwdqbentos mwdgdal greco antico βένθος?, "abisso"cite-ref-1[1]cite-ref-2[2]) è la categoria ecologica che comprende gli organismi acquatici, sia marini sia d’acqua dolce, che vivono a stretto contatto con il mwfwsubstratocite-ref-3[3], come sabbia, fango o rocce. Questi organismi sono detti organismi bentonici. La bentologia (o bentonologia) è la branca dell’ecologia che studia gli organismi e le mwhabiocenosi bentoniche.
Il termine mwhgbenthos, coniato dallo zoologo tedesco mwhwErnst Haeckel nel 1891cite-ref-4[4], deriva dal nome greco βένθος, "profondità del mare". Esiste anche un sinonimo ridondante, mwjaBentoncite-ref-5[5]. Il termine benthos si contrappone alle categorie ecologiche mwkqplancton e mwkgnecton, che comprendono organismi acquatici che vivono sospesi nella mwkwcolonna d'acqua, senza trarre stretti rapporti con il fondo.
L'ambiente di fondo nel quale vive il benthos prende il nome di mwlqambiente bentonico o mwlgdominio bentonico, e la biodiversità bentonica ad essa associata prende il nome di mwlwcomunità bentonica.
Contents
• Poriferi
• Cnidari
• Anellidi
• Tunicati
• Note
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Ecologia del benthos
Rispetto alla zona pelagica, relativamente anonima, la zona bentonica offre habitat fisicamente diversi. Questa maggiore diversità negli habitat bentonici ha portato a una maggiore diversità delle specie bentoniche. Il numero di specie animali bentonici supera il milione. Questo supera di gran lunga il numero di specie animali pelagiche (circa 5.000 specie di mwmwzooplancton più grandi, 22.000 specie di pesci pelagici e 110 specie di mwnamammiferi marini)cite-ref-6[6].
Influenza del substrato
Alcuni organismi del benthos vivono fissi al mwsqsubstrato, sono cioè organismi mwsgmwswsessili, incapaci di movimento, ancorati al fondo. Si parla di mwtabenthos sessile quando l’organismo è fisso al substrato per tutta la durata di vita dell’adulto, è questo il caso ad esempio di mwtqalghe, mwtgpiante marine, mwtwporiferi, mwuaantozoi, mwuqbriozoi, mwugascidie, mwuwcirripedi ecc.
Altri organismi del benthos sono invece mwvqvagili, cioè capaci di movimento. Si parla di mwvgbenthos vagile quando l’organismo è capace di compiere brevi spostamenti. Questi spostamenti possono avvenire strisciando aderenti al mwvwsubstrato, come nel caso di vari gruppi di mwwaplatelminti, mwwqpolicheti, mwwgmolluschi ed mwwwechinodermi, oppure deambulando grazie ad appendici articolate, come nel caso dei mwxacrostacei mwxqdecapodi e dei mwxgpicnogonidi.
Infine, esiste anche un mwyabenthos natante, rappresentato da quegli organismi (per la maggior parte mwyqcefalopodi e mwygpesci) che si spostano nuotando sopra il substrato, pur stazionando saltuariamente su di esso e da esso ne dipendono strettamente per l’alimentazione, il rifugio e la riproduzione.
L’importanza del mwzasubstrato nell’ecologia del benthos dipende dal fatto che esso rappresenta l’ambiente degli organismi bentonici e ad esso sono legati gli altri fattori ecologici del dominio bentonico. Essendo il benthos in rapporto con il fondo, esso è condizionato nei suoi aspetti morfologici, fisiologici ed ecologici dalle caratteristiche del substrato, cioè dai cosiddetti fattori edafici. Inoltre in rapporto al substrato anche altri fattori chimico-fisici presentano un particolare comportamento. Risultano specialmente condizionati dalle caratteristiche del substrato la luce, l’idrodinamismo, il contenuto in mwzqsali minerali, l’ossigenazione, le sostanze nutritive.
Il mwcqsubstrato può essere duro, come i fondi rocciosi, o molle (detto anche mobile), come mwcgsabbia, mwcwfango, mwdaghiaia e mwdqdetrito. I due tipi di substrato, duro e molle, ospitano fauna e flora molto diverse nella loro fisionomia complessiva. Esistono infatti diverse modalità di insediamento nel substrato, a seconda che questo sia costituito da sedimenti consolidati (fondi duri) o incoerenti (fondi molli).
I mwggfondi duri, costituiti essenzialmente da mwgwroccia, scogli, mwhaconchiglie, mwhqesoscheletri di coralli, ma anche materiali artificiali realizzati dall’uomo (pali, mwhgimbarcazioni, moli, ecc.), offrono un substrato idoneo per l’insediamento di organismi mwhwsessili ed incrostanti. Il substrato duro consente l’impianto della maggior parte delle mwiaalghe e degli mwiqinvertebrati marini mwigsessili (mwiwspugne, mwjagorgonie, mwjqcoralli, mwjganemoni di mare, mwjwbriozoi, mwkaascidie ecc.). Sebbene sui substrati duri prevalgano gli organismi mwkqsessili, non mancano anche rappresentanti del benthos mwkgvagile, come mwkwgasteropodi, mwlacrostacei, mwlqechinodermi ecc.
I mwlwfondi molli sono una mistura di particelle organiche, inorganiche e acqua interstiziale, e gli organismi del benthos che vi abitano sono fortemente influenzati dalla variazione di queste componenti. I fondi mobili sono infatti costantemente rimaneggiati dai movimenti del mare (correnti e moto ondoso) e perciò l’insediamento degli organismi mwmasessili è sfavorito. Per questo motivo nei substrati molli, a differenza di quelli duri, gli organismi mwmqvagili prevalgono rispetto agli organismi mwmgsessili.
Influenza delle condizioni ambientali
Oltre che dal substrato gli organismi del benthos sono condizionati nella loro distribuzione anche dalla temperatura, dalla profondità e dalla luminosità. Esempi tipici di popolamenti bentonici legati in modo imprescindibile alla temperatura sono le mwnqbarriere coralline, limitate alle acque calde delle regioni costiere tropicali. Va ricordato che gli organismi del benthos hanno scarsa o nulla capacità di movimento e quindi sono costretti a sopportare le variazioni microclimatiche senza potervisi sottrarre con grandi spostamenti.
Il più importante elemento di differenziazione della vita bentonica è rappresentato dalla profondità, che influenza in modo imprescindibile la distribuzione del benthos. Sebbene la profondità non sia in sé un fattore ecologico, essa comporta la variazione di tutta una serie di fattori ecologici che influenzano in modo significativo le caratteristiche e la distribuzione degli organismi bentonici.
In primo luogo è da considerare chiaramente la luminosità, che diminuisce all’aumentare della profondità e che, come detto, influenza la distribuzione di moltissimi organismi che dipendono dalla luce solare per le loro esigenze trofiche (mwrgalghe, mwrwpiante, mwsacoralli tropicali ecc.). La scarsa penetrazione della luce al di sotto dei 200 m rende la vita vegetale impossibile influendo così in modo essenziale sulle caratteristiche ecologiche dell’ecosistema marino.
Gli organismi bentonici sono detti mwsgfotofili se dipendono dalla luce, o mwswsciafili se prediligono zone d’ombra, dove la luce è scarsa o assente. Un tipico esempio di organismo marino sciafilo è il corallo rosso (mwtamwtqCorallium rubrum, che cresce sempre in ambienti poco illuminati, come grotte o anfratti sommersi. Anche molte specie di mwtgporiferi (spugne) non sopportano illuminazioni eccessivamente alte ed abbondano nelle zone ombrose. Il coralligeno, popolamento tipico del Mediterraneo presente sotto i 25 m di profondità, si sviluppa in ambienti poco illuminati e dove le specie che lo caratterizzano, tipicamente sciafile, possono crescere nella penombra.
Un altro importante fattore di differenziazione degli organismi del benthos legato alla profondità è rappresentato dall’idrodinamismo, che nella zona superficiale è intenso a causa del ritmo delle maree e del moto ondoso, mentre in profondità è più contenuto perché dovuto esclusivamente alle correnti.
Classificazione del benthos
Gli organismi del benthos possono essere classificati secondo diversi approcci (dimensionale, funzionale, sistematico ecc.).
Classificazione dimensionale
• mw1qmacrobenthos, dimensioni > 1mw1g mm
• mw2ameiobenthos, dimensioni > 0,063mw2q mm e < 1mw2g mm (es. mw2wgastrotrichi)
• microbenthos, dimensioni < 0,063mw3q mm
Classificazione per ubicazione
Per quanto riguarda invece la posizione dell’organismo bentonico nei confronti del mw5asubstrato si distingue:
• epibenthos (mw5wepifauna se animale, epiflora se vegetale), che comprende quegli organismi bentonici che vivono sopra il substrato. La maggior parte degli organismi del benthos è epibentonica.
• endobenthos (mw6qendofauna o mw6ginfauna se animale, endoflora o inflora se vegetale), che comprende quegli organismi bentonici che vivono all’interno del substrato. La maggior parte degli organismi endobentonici vive su substrati molli, come molti mw6wmolluschi mw7abivalvi e organismi meiobentonici come i mw7qgastrotrichi. Pochi organismi vivono dentro substrati duri, alcuni esempi sono le spugne perforatrici come mw7gmw7wCliona e il dattero di mare (mw8amw8qLithophaga lithophaga), un mw8gmollusco mw8wbivalve che perfora la roccia.
Classificazione sistematica
Il benthos può essere distinto in:
• zoobenthos, se è gli organismi sono mw-aeterotrofi (mw-qanimali bentonici).
I termini dei vari approcci di classificazione del benthos possono essere poi sovrapposti; così, per esempio, per mw-wmacrozoobenthos si fa riferimento agli animali bentonici con dimensioni maggiori di 1mwaqa mm; per mwaqemacrofitobenthos si fa riferimento ai vegetali bentonici con dimensioni maggiori di 1mm; per mwaqimicrofitobenthos si intende la componente vegetale bentonica di dimensioni minori di 0,063mwaqm mm ecc.
Fitobenthos
Il termine mwaqyfitobenthos, prefisso dal greco antico mwaqcphutón 'pianta', indica le piante appartenenti al benthos, principalmente diatomee bentoniche e macroalghe (alghe).
Alghe verdi
Alghe brune
Alcune alghe brune (mwarqPhaeophyceae) creano importanti foreste algali, ecosistemi molto produttivi che ospitano una ricca biodiversità.
Alghe rosse
Le alghe rosse (mwar0Rhodophyta), grazie alla loro struttura anatomica e citologica, possono vivere negli ambienti più disparati colonizzando substrati anche molto diversi: vivendo incrostanti su fondi duri, su conchiglie o altro, oppure in forme erette, articolate o libere.
Le alghe rosse sono, tra le alghe, le specie che possono vivere a maggiori profondità; addirittura alcune specie sono mwar8sciafile, amanti delle zone scarsamente illuminate, e crescono dove la radiazione luminosa è bassa, anche fino a 200 metri di profondità.
Molte specie di alghe rosse sono caratterizzate da un mwasetallo impregnato di mwasicarbonato di calcio, e sono pertanto organismi mwasmbiocostruttori, in quanto la loro crescita dà luogo a edifici calcarei di origine organica noti come mwasqbiocostruzioni, e contribuiscono alla costruzione di vere e proprie scogliere organogene come il mwasucoralligeno mwasymediterraneo.
Fanerogame marine
Le fanerogame marine sono un gruppo di mwatipiante marine, che si distinguono dalle mwatmalghe in quanto sono dirette discendenti delle piante terrestri. A differenza delle alghe, che hanno il corpo, detto “mwatqtallo”, composto da tessuti indifferenziati, le fanerogame possiedono tessuti differenziati che svolgono funzioni specializzate (ed es. possiedono apparati radicali, mwatufusti, detti “mwatyrizomi”, e mwatcfoglie). Inoltre, le fanerogame marine sono in grado di produrre mwatgfiori e mwatkfrutti, che una volta giunti a maturazione rilasciano semi per promuovere la mwatoriproduzione sessuale.
Le fanerogame marine sono piante cosiddette “modulari”, ovvero sono composte da unità morfologiche ripetute chiamate “ramet”, ciascuna composta da un tratto di radice, un tratto di rizoma ed un fascio di foglie.
Se esposte a condizioni ambientali ottimali (luminosità, salinità, idrodinamismo, sedimentazione ecc.), le fanerogame marine possono dare origine ad ampie mwat0praterie di fanerogame marine, ecosistemi a cui si associa una ricca biodiversità marina.
Zoobenthos
Il termine mwauozoobenthos, prefisso dal greco antico mwauszôion 'animale', indica gli mwauwanimali appartenenti al benthos: appartengono alla categoria ecologica dello zoobenthos tutti gli organismi bentonici a metabolismo mwau0eterotrofo appartenenti ai mwau4metazoi (animali).
Poriferi
I poriferi (mwavgPorifera), noti comunemente come mwavkspugne, sono animali pluricellulari molto semplici e primitivi, che spesso non hanno una forma definita, la cui organizzazione cellulare è molto semplice, infatti le cellule non sono organizzate in tessuti o organi, ma sono solo cellule aggregate. Le spugne non hanno stomaco o intestino, né tessuti, sistema nervoso o muscoli per muoversi; sono costituite da diverse tipologie di cellule, ognuna specializzata per svolgere una funzione specifica.
Le spugne sono tra i più semplici organismi pluricellulari viventi e presentano il livello di organizzazione strutturale più semplice tra gli animali, poiché possiedono pochi tipi di cellule non organizzate in tessuti veri e propri. Sono alla base dell’albero evolutivo degli animali: non hanno né tessuti né organi, una spugna è un ammasso di cellule vagamente differenziate in uno strato cellulare esterno di protezione e una massa cellulare interna. Un sistema di cavità interne collegate tra loro è attraversato da una corrente d’acqua che apporta nutrimento e ossigeno.
Come suggerisce il nome ("poriferi" vuol dire “portatori di pori”, dal latino mwawmporus, “poro”, e mwawqferre, “portare”), le spugne sono ricche di pori, che servono per la penetrazione e la fuoriuscita dell’acqua, e mettono in collegamento la parte interna (spongocele) con l’ambiente esterno. Le spugne sono organismi sospensivori filtratori, che per nutrirsi filtrano l’acqua. Ricavano le particelle nutritive dall’acqua inalata che filtrano attraverso i pori presenti sulla superficie mediante cellule flagellate dette coanociti. L'acqua entra attraverso i numerosi pori che ricoprono tutto il corpo della spugna, le particelle alimentari sono trattenute all'interno del corpo dai flagelli dei coanociti, e l'acqua viene poi espulsa attraverso un'apertura più grande, che prende il nome di mwawuosculo.
Il loro corpo è sostenuto da minuscole strutture aghiformi, simili a bastoncini, dette mwawcspicole, che possono essere di mwawgsilice o di mwawkcarbonato di calcio. Il materiale che compone le spicole ha valore sistematico, e spesso la specie di spugna si identifica solo osservando al microscopio la morfologia e la struttura chimica delle spicole.
Le spugne sono una costituente molto importante del benthos. Sono esclusivamente organismi bentonici mwaxesessili, con larve a breve periodo di vita planctonica. Vivono a tutte le profondità e in tutti gli ambienti, colonizzano sia fondi molli sia fondi duri. Prediligono nettamente i fondi rocciosi in quanto molte specie necessitano per la loro fissazione di un substrato duro. Le specie adattate alla vita sui fondi mobili come substrati sabbiosi o fangosi sono in numero decisamente minore. La loro distribuzione sui fondali mobili è in genere legata alla presenza di ciottoli o altri corpi duri su cui le spugne si ancorano attraversando spesso lo strato di sedimento mediante lunghi peduncoli.
Il corpo provvisto alla superficie di pori inalanti deve infatti essere mantenuto libero dall’accumulo di sedimento, affinché si possa attuare il passaggio dell’acqua che convoglia il nutrimento ai coanociti attraverso il sistema dei canali.
Alcune specie sono epibionti di altri organismi bentonici, come mwaxocoralli, mwaxsmolluschi conchigliati, fanerogame marine e mwaxwmangrovie; altre specie sono endobionti, vivono nello spessore dei fondi sabbiosi oppure come organismi perforanti scavano gallerie nelle rocce e negli organismi calcarei.
Le specie più grosse e appariscenti sono forme epibentoniche che si trovano in genere oltre i 10–15 m di profondità, in ambienti come le mwayqbarriere coralline o il mwayucoralligeno.
Molte specie sono mway4sciafile, non tollerano cioè ambienti molto illuminati, ma prediligono ambienti riparati come anfratti rocciosi, grotte sottomarine o pareti a strapiombo. Per questo motivo nelle acque superficiali le spugne abbondano negli ambienti ombrosi e riparati, soprattutto nelle grotte e negli anfratti, dove rappresentano uno dei più cospicui ed appariscenti costituenti della fauna bentonica: le spugne tendono ad essere la componente bentonica dominante negli ambienti sciafili.
Un importante ruolo ecologico che le spugne rivestono è legato all’elevato numero di altri organismi mwazasimbionti e commensali che molte specie di poriferi ospitano, proteggendoli dalla predazione. Molte specie di spugne accolgono come mwazeendosimbionti (che vivono al loro interno) organismi autotrofi fotosintetici quali mwazicianobatteri e microalghe mwazmdinoflagellate (mwazqzooxantelle), che spesso ne determinano la colorazione (che può variare da colori molto accesi e sgargianti a colorazioni biancastre a seconda dell’esposizione alla luce), la forma e la distribuzione (queste spugne necessitano di far arrivare la radiazione solare agli endosimbionti per permettere loro la fotosintesi).
Le spugne, soprattutto nelle acque temperate, sono minacciate da pochissimi predatori che solitamente non sono comunque in grado di danneggiare l’intero organismo; i principali predatori delle spugne sono rappresentati da mwazynudibranchi e mwazcpolicheti, che “brucano” attivamente le superfici delle spugne.
Cnidari
Gli mwaaecnidari o mwaaicelenterati (mwaamCnidaria) sono animali caratterizzati dalla presenza di mwaaqtentacoli muniti di mwaaucnidociti, anche dette cnidocisti o cnidoblasti (da qui il nome del gruppo), cellule ectodermiche altamente complesse e specializzate, a forma di sacco, che contengono organelli chiamati cnidi, che includono capsule, che prendono il nome di mwaaynematocisti, nelle quali risiede un filamento sensorio urticante, un meccanorecettore noto come cnidociglio, utilizzato sia a scopo difensivo contro i predatori sia a scopo offensivo per la cattura delle prede (gli cnidari sono predatori). Le cnidociti sono disposte principalmente sulle espansioni tentacolari. Lo cnidociglio possiede una terminazione sensitiva; allo stato di riposo è avvolto a spirale dentro la capsula, ma quando viene stimolato si estroflette come una molla unitamente alla secrezione di alcune tossine. Il veleno contenuto nelle cnidociti è una miscela di sostanze a basso peso molecolare e di sostanze tossiche di natura proteica. L’estroflessione del filamento non avviene solo per semplice contatto ma è necessario uno stimolo chimico fornito dalla preda stessa.
Gli cnidari mostrano il primo livello di evidente, seppur relativamente semplice, organizzazione anatomica: sono infatti provvisti di un abbozzo di sistema muscolare, una rete nervosa primitiva ed una struttura gastrica, la mwaa8cavità gastrovascolare o celenteron. Un altro nome a cui ci si riferisce a questi animali è quello di celenterati, termine che deriva dal greco mwabakoilos (cavità) ed mwabeenteron (intestino) e che descrive proprio il celenteron, la cavità unica, a forma di sacco, del corpo degli cnidari, che corrisponde funzionalmente al canale digerente e alle diverse cavità interne degli altri metazoi. La cavità gastrovascolare svolge le funzioni digestiva e vascolare e si apre in una singola apertura, la bocca, circondata da una corona di tentacoli ricchi di cnidociti urticanti. La bocca quindi comunica direttamente con la cavità gastrovascolare, dove ha luogo la digestione del cibo; le parti non digerite vengono espulse sempre attraverso la bocca, che funge quindi anche da ano. La simmetria della cavità gastrovascolare permette di distinguere dei settori a spicchio detti setti radiali. Lungo le pareti dello stomaco vi sono lunghi filamenti tubulari chiamati mesenteri. All’interno della cavità gastrica sono localizzate anche le gonadi.
Gli cnidari sono accomunati anche dalla presenza di due strati di cellule, uno strato esterno detto ectoderma o epidermide e uno strato interno detto endoderma o gastrodermide, che funge da membrana di rivestimento del celenteron, separati da uno strato intermedio amorfo gelatinoso, la mesoglea. Le cnidociti, a cui si deve la denominazione del phylum, sono localizzate nello strato epidermico.
Gli cnidari bentonici appaiono in forma di mwacipolipo; i polipi sono organismi bentonici sessili, ancorati al substrato ed incapaci di movimento. La forma polipoide consiste in un corpo colonnare, quasi cilindrico, la cui estremità superiore è provvista di una corona di tentacoli rivolti verso l’alto, attorno all’apertura orale. I polipi degli antozoi possono essere duri, come nei mwacmcoralli mwacqduri o mwacumadrepore, o molli, come nelle mwacyattinie, in base alla secrezione o meno di uno scheletro calcareo rigido di carbonato di calcio, e solitari, come nelle mwaccattinie, o coloniali, come nei coralli e nelle mwacggorgonie, a seconda dell’assenza o della presenza di collegamenti mesenterici. Il corallo infatti, spesso percepito comunemente come un singolo individuo, in realtà è formato da migliaia di polipi geneticamente identici, ognuno grande in genere pochi millimetri.
I polipi coloniali si riproducono asessualmente per gemmazione. Le giovani larve che si sviluppano dalle uova vengono rilasciate nell’acqua, dove trascorrono un breve periodo libere e natanti prima di fissarsi ad un substrato e trasformarsi in individui adulti. Gli antozoi colonizzano ogni tipo di substrato, duro o molle, orizzontale o verticale, esposto alla luce o ombreggiato, dalla zona di marea fino al piano batiale; la maggior parte delle specie predilige fondi duri.
La maggior parte degli cnidari polipoidi bentonici appartiene alla classe degli antozoi (mwacsAnthozoa), che a sua volta è divisa in due sottoclassi: mwacwOctocorallia ed mwac0Hexacorallia.
Ottocoralli ed esacoralli si distinguono per il numero di tentacoli presenti su ogni polipo: gli ottocoralli presentano sempre otto tentacoli su ogni polipo; gli esacoralli sempre sei o multipli di sei.
Gli mwad4ottocoralli (mwad8Octocorallia) sono sempre coloniali, con polipi retrattili ad otto tentacoli pennati (dotati cioè di piccole appendici laterali note come pinnule, che servono ad aumentare la possibilità di intercettare le prede planctoniche di cui i polipi si nutrono), le colonie possono essere ramificate, come nel mwaeacorallo rosso, o a ventaglio, come nelle mwaeegorgonie. Gli ottocoralli sono in gran parte molli, come gli mwaeialcionacei (mwaemAlcyonacea), noti comunemente come coralli molli, e i pennatulacei (mwaeqPennatulacea), conosciuti come pennatule o penne di mare, nei quali è assente uno scheletro rigido ed il sostegno del corpo è dovuto a spicole sparse nei tessuti ed all’assorbimento d’acqua che ingerita dai polipi dà rigidità al corpo. Sono poche le specie di ottocoralli in cui le spicole calcaree sono saldate tra loro a formare uno scheletro calcareo duro, secreto dalle cellule della mesoglea (scleroblasti). In mwaeumwaeyAlcyonium lo scheletro consiste di spicole che contengono un asse organico secreto dagli scleroblasti sul quale si depositano cristalli di mwaeccalcite (mwaegCaCO3 che cristallizza nel sistema romboedrico); in mwaeoHeliopora, delle zone tropicali, lo scheletro è formato da fibre cristalline di aragonite (mwaesCaCO3 che cristallizza nel sistema rombico) fuse in lamelle; nelle mwae0gorgonie lo scheletro coloniale ha un asse semirigido di natura proteica, costituito da una sostanza cornea, la mwae4gorgonina (proteina affine al collagene ad alto contenuto di tirosina); nel mwae8corallo rosso (mwafamwafeCorallium rubrum), una specie sciafila del Mediterraneo, le cellule ectodermiche migrano nella mesoglea e secernono delle spicole calcaree che si cementano insieme mediante altro mwafiCaCO3, i polipi comunicano tra loro con tubi gastrodermici che decorrono alla superficie della colonia intorno allo scheletro. Questi ottocoralli, seppur non considerati dei coralli costruttori primari in senso stretto, partecipano all’impalcatura carbonatica delle biocostruzioni come biocostruttori secondari.
Gli esacoralli (mwagyHexacorallia), caratterizzati da polipi muniti da un numero di tentacoli uguale a sei o multiplo di sei, possono essere solitari e a corpo molle, come le attinie o anemoni di mare (mwagcActiniaria) e i cerianti (mwaggCeriantharia), sebbene siano in massima parte coloniali e con scheletro mwagkcalcareo duro, come le madrepore o sclerattinie (mwagoScleractinia). Le sclerattinie sono considerate i coralli costruttori propriamente detti, sono i veri biocostruttori primari delle mwagsbarriere coralline. Le madrepore sono provviste di scheletro calcareo rigido e compatto secreto dall’epidermide e costituito da carbonato di calcio sotto forma di calcite (mwagwCaCO3); nella colonia ciascun polipo è protetto da una propria coppa calcarea, il mwag4corallite, in cui sono presenti dei setti. Hanno una distribuzione globale, ma nei mari temperati costituiscono colonie piccole (ad esempio la mediterranea mwag8mwahaCladocora caespitosa), mentre nelle zone tropicali e subtropicali arrivano ad una notevole diversificazione. Un’ulteriore definizione è quella di coralli ermatipici (da bioerma, che significa scogliera di natura biologica), un termine che identifica anche la presenza, nei loro tessuti molli, di microalghe endosimbionti, le mwahezooxantelle, facenti parte dei dinoflagellati (mwahiDinoflagellata). Queste microalghe, presenti nello strato endodermico, hanno un ruolo fondamentale per la deposizione di carbonato di calcio. Sono invece definiti coralli aermatipici tutti quei coralli privi di zooxantelle o non costruttori. A causa della presenza di zooxantelle endosimbionti, che facilitano e accelerano la deposizione di carbonato di calcio, le sclerattinie tropicali richiedono particolari condizioni di luce e temperatura. Dal momento che le zooxantelle necessitano di luce solare per svolgere la fotosintesi, i coralli costruttori tropicali crescono solo in ambienti illuminati dove è presente una buona irradiazione solare; è questo il motivo per cui la crescita dei coralli costruttori tropicali avviene in acque basse, nei primi metri della zona eufotica, e le scogliere coralline non si sviluppano a profondità maggiori di 50 metri. I coralli costruttori tropicali inoltre sono organismi stenotermi, poco tolleranti a variazioni della temperatura ambientale, e richiedono acque calde: nel corso dell’anno deve necessariamente esservi una temperatura costante dell’acqua per tutti i periodi dell’anno, non inferiore ai 18mwahm °C e non superiore ai 32mwahq °C, con un intervallo ottimale che sembra essere compreso tra i 23mwahu °C e i 29mwahy °Ccite-ref-11[11].
Platelminti
I mwaiqplatelminti (mwaiuPlatyhelminthes), anche detti mwaiyvermi piatti per via del loro corpo sottile ed appiattito dorso-ventralmente, sono i più semplici e primitivi animali a mwaicsimmetria bilaterale.
La classe dei mwajaturbellari comprende molte specie bentoniche. Essi abitano negli interstizi delle rocce e su diversi tipi di fondo. Sono essenzialmente forme striscianti che si spostano sul substrato grazie a contrazioni della muscolatura tramite una combinazione di movimenti ondulatori ciliari e muscolari. Nella regione anteriore sono spesso presenti delle pieghe cefaliche leggermente sollevate, ricche di cellule nervose sensoriali, che captano gli stimoli ambientali esterni permettendo così un’efficiente percezione dell’ambiente esterno ed un’efficace ricerca del cibo. Sono predatori, la maggior parte di loro si nutre di ascidie, perciò abbondano nei fondi in cui le ascidie sono molto comuni, in acque ricche di materiale sospeso. Vi sono diverse specie nel mwajeMediterraneo, ma è nelle mwajibarriere coralline tropicali che i turbellari, soprattutto mwajmpolicladi, sono rappresentati da numerose specie spesso caratterizzate da colorazioni sgargianti. Spesso assumono l’aspetto di molluschi nudibranchi velenosi per evitare la mwajqpredazione (mwajumimetismo batesiano); per riconoscerli da questi bisogna osservarne il movimento in quanto non hanno il piede carnoso ma si muovono contraendo il bordo.
I rabdoceli, più minuti, sono invece diffusi sui fondi sabbiosi e fangosi spesso insinuandosi tra i granelli di sabbia e costituiscono pertanto un tipico elemento della mwajcfauna bentonica interstiziale.
Lofoforati: briozoi, brachiopodi, foronidei
I mwajobriozoi, i mwajsbrachiopodi e i mwajwforonidei sono animali bentonici che nel loro insieme sono definiti mwaj0lofoforati in quanto provvisti di mwaj4lofoforo, un caratteristico organo circolare o a ferro di cavallo che circonda la bocca e che serve per la cattura del cibo. Il lofoforo è rivestito di ciglia le quali provocano movimenti dell’acqua che conducono il nutrimento sospeso nell’acqua fino alla bocca.
I mwalubriozoi (mwalyBryozoa) sono i lofoforati più diffusi e più rappresentati nell’ambiente bentonico. Si tratta di forme mwalccoloniali costituite da numerosi individui, gli mwalgzooidi, di dimensioni microscopiche. Ciascuno di questi zoidi secerne uno scheletro detto zoccia che può essere calcificato, oppure corneo e più sottile. Ne derivano mwalkcolonie di varia forma, dall’arborescente e cespugliosa a quella di piastre incrostanti sul substrato. Le colonie di briozoi derivano per riproduzione asessuale da un singolo individuo detto ancestrula, il quale si è sviluppato per metamorfosi di una larva pelagica. L’alimentazione, che avviene mediante correnti prodotte dalle ciglia del lofoforo, è quella tipica dei microfagi filtratori e consiste di diversi organismi del plancton come batteri, diatomee, protozoi ed anche piccoli crostacei. I briozoi possono attaccarsi a qualsiasi tipo di substrato purché solido, compresi altri animali e alghe. Si tratta quindi di animali bentonici coloniali tipici dei fondi rocciosi. Di solito vivono in zone di strapiombo o di grotta, o semplicemente sotto ciottoli e sassi, comunque in condizioni di luce attenuata (sono organismi mwalosciafili). I briozoi fanno delle piccole dimensioni una strategia: difficilmente saranno in competizione con i grandi organismi mwalssessili come mwalwcoralli e mwal0gorgonie, capaci di monopolizzare una porzione importante del substrato per secoli. Ai briozoi bastano pochi cm di spazio e pochi mesi per accrescersi, riprodursi e compiere il proprio ciclo vitale.
I mwamybrachiopodi (mwamcBrachiopoda) sono organismi marini bentonici che presentano una superficiale somiglianza con i molluschi mwamgbivalvi. Il corpo è racchiuso e protetto da una mwamkconchiglia mwamocalcitica o chitinofosfatica costituita da due valve disuguali, ma le due valve sono disposte ventralmente e dorsalmente e non sono riunite da legamento come nei molluschi bivalvi. Di solito la valva ventrale è più grossa della dorsale e diversa. I brachipodi si fissano al mwamssubstrato tramite un peduncolo. Il mwamwlofoforo è costituito da due braccia recanti ciascuna una doppia serie di cirri, e avvolte a spirale, che occupano quasi tutta la cavità delimitata dal mantello e dal sacco dei visceri. Con il movimento dei cirri produce una corrente d’acqua che reca particelle alimentari, e ha funzione respiratoria.
I mwanuforonidei (mwanyPhoronida) vivono singolarmente o in grossi aggregati (non coloniali) in ambiente litorale, entro tubi chitinosi autosecreti nei quali si muovono liberamente, affossati nella sabbia o fissi a substrati solidi come pali, mwancconchiglie, rocce dove si alimentano per filtrazione tramite il lofoforo. Protetti e sostenuti dai loro tubi, hanno una cuticola sottile non chitinosa ed un mwanglofoforo avvolto a spirale costituito da due pieghe parallele della parete del corpo, che viene dilatato idraulicamente grazie alla contrazione di muscoli circolari. Il movimento del lofoforo convoglia le particelle alimentari verso la bocca. Nella parete del corpo sono presenti mwankmuscoli longitudinali che permettono l'accorciamento del corpo ed il ritiro del lofoforo nel tubo.
Anellidi
Tra gli mwanwanellidi o mwan0vermi segmentati (mwan4Annelida) i più rappresentativi in ambiente marino sono sicuramente i mwan8policheti, che costituiscono uno dei gruppi più importanti della fauna bentonica. Sono detti vermi segmentati perché hanno il corpo suddiviso in segmenti che prendono il nome di mwaoametameri.
I mwaoipolicheti (mwaomPolychaeta) sono organismi esclusivamente marini, quasi esclusivamente bentonici (sono poche e rare le specie che fanno parte del plancton) e sono caratterizzati dalla presenza, in ogni metamero, di numerose setole sottili e chitinose, dette chete, organizzate in ciuffi su digitazioni laterali dette parapodi. La ripartizione ecologica dei policheti è vastissima: possono vivere tanto sui fondi duri rocciosi che su quelli mobili sabbiosi o fangosi. I policheti possono essere distinti, sulla base della loro ecologia, in due gruppi: erranti (mwaoqvagili) o sedentari (mwaousessili).
I mwao4policheti erranti sono mwao8vagili, conducono vita libera: si spostano sul substrato strisciando per mezzo dei parapodi e mediante contrazioni del corpo. Hanno un corpo tipicamente costituito da metameri simili (metameria omonoma) con parapodi ben sviluppati. Le chete, numerose in ogni metamero, permettono il movimento: aiutano i metameri ad ancorarsi al substrato e ad evitare lo scivolamento. Sono dotati di un capo ben differenziato con organi di senso specializzati, e presentano in genere una proboscide estroflettibile spesso dotata di mandibole. Sono prevalentemente predatori (di mwapacnidari, mwapemolluschi, piccoli mwapicrostacei, mwapmechinodermi ecc.) o limivori, ma alcune specie sono filtratrici e altre erbivore. Tra i policheti erranti più tipici e più studiati nel mwapqMediterraneo vi è sicuramente il vermocane o verme di fuoco (mwapumwapyHermodice carunculata), vorace predatore di mwapccnidari e mwapgmolluschi che può superare i 50mwapk cm di lunghezza. È caratterizzato da setole silicee uncinate e fragilissime che, se sfiorate, penetrano nella cute causando dolorose ferite (da qui il nome “verme di fuoco”). Il vermocane è una specie termofila, e a causa del mwaporiscaldamento globale si sta diffondendo sempre di più nel mwapsMediterraneo, ed è ora considerata una specie invasiva.
I mwaqqpolicheti sedentari sono organismi mwaqusessili che vivono in un tubo calcareo indurito di consistenza cartacea, prodotto dall'animale stesso, dentro cui si ritira in caso di pericolo. Sono sospensivori filtratori, si nutrono di sostanze organiche in sospensione nella colonna d'acqua, che catturano grazie alla presenza nella zona cefalica di una corona di mwaqybranchie filiformi ricoperte di cilia e di ghiandole mucose, la cui funzione è di invischiare le particelle alimentari. Queste hanno una colorazione che alterna giallo-marrone, marrone scuro e bianco. Una specie tipica del Mediterraneo è lo spirografo (mwaqcmwaqgSabella spallanzanii). Nelle mwaqkbarriere coralline tropicali sono ampiamente diffusi i cosiddetti vermi albero di natale (mwaqomwaqsSpirobranchus giganteus), policheti sedentari dalle branchie coloratissime e presenti in diverse colorazioni, vivono infossati nei coralli, scavano buchi negli esoscheletri dei coralli e si ritirano nei propri tubi calcarei in caso di pericolo.
Tunicati
I tunicati o urocordati (mwaq4Tunicata o mwaq8Urochordata), nonostante l'aspetto, sono strettamente imparentati con i mwaravertebrati. La parentela con i vertebrati sta nel fatto che le mwarelarve dei tunicati presentano una corda dorsale (mwarinotocorda), una struttura flessibile a forma di tubo che si riscontra anche negli mwarmembrioni dei vertebrati e che nei vertebrati, durante lo sviluppo, diventa la mwarqcolonna vertebrale.
Tra i tunicati gli'ascidiacei (mwar4Ascidiacea), noti come ascidie, nella fase adulta fanno parte del benthos. Si tratta di organismi mwar8sessili, fissi al substrato, il cui corpo è protetto da una tunica coriacea fibrosa la cui costituente principale, la tunicina, è una molecola simile alla mwasacellulosa. Un cestello branchiale occupa la parte centrale della cavità del corpo, rendendo possibile la respirazione e la cattura dell’alimento. Sono infatti organismi filtratori, prelevano dall’acqua l’alimento rappresentato essenzialmente da minuti organismi del mwaseplancton in sospensione. L’appartenenza ai cordati è testimoniata dalla presenza nella fase larvale, planctonica, di un abbozzo di corda dorsale, che scompare completamente nell’adulto, bentonico.
Le ascidie adulte possono vivere solitarie (ascidie solitarie) o aggregate (ascidie sociali e composte) su fondali diversi del litorale: colonizzano sia substrati duri sia fondi fangosi, ricchi di detrito organico. Le ascidie sono più abbondanti in acque non limpidissime, ricche di materiale sospeso e plancton che rappresenta il nutrimento. Alcune specie ospitano nel loro corpo microalghe simbionti e quindi amano la luce, altre sono sciafile e colonizzano ambienti più riparati, come anfratti, grotte e pareti verticali o a strapiombo.
Le ascidie solitarie sono organismi simili alle spugne, dalla tipica forma ‘a sacchetto’, con due cavità, un sifone inalante e uno esalante, in mezzo una grande branchia a cestello che fa da filtro, cattura le particelle alimentari e le convoglia a un canale digerente.
Ruolo ecologico del benthos
Considerata la ricchezza di specie e di mwas4nicchie ecologiche occupate e la loro abbondanza nell'ambiente acquatico, gli organismi bentonici hanno una grandissima valenza ecologica nel caratterizzare l'ecologia e le caratteristiche strutturali e trofiche degli ecosistemi acquatici.
Biocostruzioni
Molti organismi marini bentonici sono dei cosiddetti biocostruttori. Gli organismi marini biocostruttori sono organismi bentonici che, grazie alla loro capacità di depositare mwaticarbonato di calcio (CaCOmwatm3), sono in grado di formare grandi strutture tridimensionali ad elevata complessità strutturale, che prendono il nome di mwatqbiocostruzioni. Le biocostruzioni marine sono ambienti bentonici dominati da organismi sessili carbonatici, sostengono una biodiversità eccezionalmente ricca e diversificata e offrono servizi ecosistemici cruciali per l’uomo e per l’economia globale.
Una biocostruzione è una qualsiasi struttura di mwatscarbonato di calcio edificata da organismi marini, i biocostruttori, che si eleva dal fondo verso la superficie del mare e modifica, sia fisicamente che ecologicamente, l’ambiente localecite-ref-12[12]cite-ref-13[13]cite-ref-14[14].
Esempi tipici di biocostruzione sono le mwaukbarriere coralline e il mwauocoralligeno.
Gli ambienti di biocostruzione carbonatica sono tra i più importanti e diversificati ecosistemi marini: si tratta di grandi strutture estremamente diversificate che aumentano l’eterogeneità e la tridimensionalità dell’ambiente e quindi il numero di nicchie ecologiche, favorendo la biodiversità. Infatti i biocostruttori modificano i substrati primari (geologici) e forniscono substrati secondari (biogenici) per nuovi organismi, sia biocostruttori sia non biocostruttori.
Le biocostruzioni tendono ad aumentare di volume e/o di spessore nel tempo per l’accumulo progressivo del prodotto di calcificazione di generazioni successive di organismi biocostruttori, ma possono andare incontro a bioerosione a seguito dell’azione di organismi demolitoricite-ref-15[15].
Le biocostruzioni marine sono pertanto ambienti che possiedono caratteristiche ecologiche, morfologiche e strutturali uniche.
La prima caratteristica è data dalla complessità della struttura, che dipende a sua volta da numerosi fattori, sia di origine biotica (le specie biocostruttrici e le loro forme di crescita, le interazioni biotiche ecc.) sia di origine abiotica (la morfologia e la geologia dei fondali, la profondità, l’esposizione alla luce ecc.).
La seconda caratteristica riguarda la rigidità della struttura, che è garantita dalla capacità di fissare carbonato di calcio da parte degli organismi biocostruttori. Questo attributo determina una maggiore resistenza della struttura agli agenti disgreganti o demolitori e una maggiore stabilità nel tempocite-ref-16[16].
Gli organismi biocostruttori comprendono un’ampia gamma di organismi marini appartenenti a diversi taxa, sia eterotrofi sia autotrofi, sia animali sia vegetali, accomunati dalla capacità di deporre carbonato di calcio, il materiale che costituisce i loro talli, esoscheletri, conchiglie, tubi. Tutti questi elementi carbonatici vengono affiancati, stratificati, intrecciati in modo tale da aumentare la tridimensionalità dell’ambiente. Per la loro capacità di strutturare il paesaggio marino creando habitat tridimensionali complessi e favorendo la biodiversità, i biocostruttori sono considerati degli mwavkingegneri ecosistemici (mwavoecosystem engineers).
Nei mari tropicali i responsabili delle biocostruzioni sono in massima parte antozoi dell’ordine mwawuScleractinia (sclerattinie o madrepore) in fotosimbiosi con microalghe dinoflagellate, le mwawyzooxantelle, anch’esse responsabili della calcificazione. Per quanto riguarda il Mar Mediterraneo, le biocostruzioni più estese ed importanti sono rappresentate dai popolamenti coralligeni del circalitorale, costituiti primariamente da poche specie di alghe rosse (mwawcRhodophyta) calcaree sciafile che si sviluppano sia su substrati duri sia su substrati mobili, in condizioni di scarsa luminositàcite-ref-17[17]cite-ref-18[18]. Le alghe rosse appartenenti alla sottoclasse mwaxaCorallinophycidae, caratterizzate da un tallo impregnato di carbonato di calcio, hanno la capacità di formare ampie concrezioni che modificano la forma e la struttura del fondale, aumentando così la tridimensionalità dell’ambiente bentonico; le alghe rosse mwaxeLithophyllum sp. e mwaxiMesophyllum sp. sono tra i principali biocostruttori del coralligeno Mediterraneo.
Per quanto riguarda i coralli mediterranei, un ruolo importante lo ha la madrepora mwaxomwaxsCladocora caespitosa, unico corallo biocostruttore endemico del Mediterraneo provvisto di mwaxwzooxantelle fotosimbionti. A profondità maggiori, altri antozoi come mwax0coralli molli (es. mwax4mwax8Corallium rubrum) e mwayagorgonie (es. mwayemwayiParamuricea clavata), provvisti di spicole calcaree e ramificazioni, aumentano la tridimensionalità dell’ambiente.
Altri animali mediterranei sono capaci di fissare carbonato di calcio ed aumentare così l’eterogeneità dell’ambiente; tra questi vi sono mwayqbriozoi (es. mwayuPentapora fascialis e mwayymwaycMyriapora truncata), mwaygmolluschi mwaykgasteropodi (mwayovermetidi) e mwaysbivalvi, mwaywpolicheti (mway0sabellariidi e mway4serpulidi, es. mway8mwazaSerpula vermicularis), mwazecirripedi.
Con la loro struttura tridimensionale, le biocostruzioni accolgono una grande varietà di nicchie e di organismi, favorendo una ricca biodiversità.
Gli ambienti di scogliera corallina tropicale sono tra i più importanti e biodiversificati ecosistemi marini al mondo: sebbene occupino circa l’1% degli oceani del pianeta, ospitano il 25-30% della biodiversità marina globalecite-ref-19[19]. La diversità tassonomica e morfologica degli animali nelle scogliere coralline è maggiore che in qualsiasi altro ecosistema della Terra.
Le biocostruzioni del Mediterraneo sono considerate il secondo più importante mwazkhotspot di biodiversità Mediterranea, dopo le praterie di mwazsmwazwPosidonia oceanicacite-ref-20[20], ma bisogna considerare che a causa della complessità strutturale tridimensionale delle biocostruzioni ed in assenza di una stima precisa del numero di specie presenti, le biocostruzioni potrebbero ospitare più specie di qualsiasi altra mwa0ecomunità biologica del Mediterraneocite-ref-21[21].
È possibile classificare gli organismi bentonici delle biocostruzioni in categorie: l’epifauna o epibenthos cresce al di sopra della formazione; la criptofauna vive nelle cavità e negli anfratti; l’endofauna o endobenthos comprende gli organismi che si infossano nelle tasche di sedimento deposto all’interno delle cavità.
La struttura tridimensionale e cavernosa delle biocostruzioni ospita una comunità molto complessa di organismi bentonici dominata da filtratori (mwa00spugne, mwa04idrozoi, mwa08antozoi, mwa1abriozoi, mwa1eserpulidi, mwa1imolluschi, mwa1mtunicati), mentre all’interno delle crepe e degli interstizi è presente una fauna molto ricca e diversificata (mwa1qpolicheti, mwa1ucrostacei, mwa1yechinodermi)cite-ref-22[22].
Come conseguenza della ricca componente di organismi bentonici legati al substrato, molti predatori nectonici nuotatori attivi (teleostei, condroitti, cefalopodi) dipendono dagli ambienti di biocostruzione per il loro sostentamento, e molti approfittano dei rifugi offerti dalle biocostruzioni per riprodursi e deporre le uova.
Per la loro natura le biocostruzioni marine, sia quelle delle regioni tropicali sia quelle presenti nel Mar Mediterraneo, rivestono un’enorme importanza sia ecologica sia anche economica, in quanto:
• sono mwa18hotspot di biodiversità, caratterizzate da una grande ricchezza di habitat e da un’elevata diversità in specie anche laddove vi sono pochi nutrienti;
• gli organismi calcarei sono fondamentali nel bilancio della mwa2iCO2;
• contribuiscono a contrastare l’erosione costiera;
• sono tra gli ambienti più apprezzati dai subacquei, e quindi di grande valore estetico e turistico;
• rappresentano un’importante risorsa economica per la presenza di molte specie di interesse commerciale.
L’importanza della conservazione delle biocostruzioni pertanto risiede non solo nel loro valore estetico, ma anche nella comprovata rilevanza di carattere biologico, ecologico ed economico, e offrono importanti mwa2gservizi ecosistemici.
Organismi del benthos come bioindicatori
Un indicatore biologico, o mwa2sbioindicatore, è un organismo usato per valutare una variazione della qualità dell'ambiente a causa di uno stress naturale o antropico. Il bersaglio biologico indagato, subisce anch’esso delle modifiche del proprio stato naturale, le quali possono essere rilevate per determinare le condizioni di salute dell'ambiente. Molti organismi del benthos sono usati come bioindicatori della qualità ambientale e dello stato ecologico degli ambienti naturali.
I mwa20macroinvertebrati bentonici svolgono un ruolo fondamentale negli ecosistemi acquatici. Questi organismi possono essere utilizzati per indicare la presenza, la concentrazione e l'effetto degli inquinanti nell'ambiente acquatico. Alcuni contaminanti dell'acqua, come nutrienti, sostanze chimiche provenienti dal mwa24ruscellamento e metallicite-ref-23[23], si depositano nei sedimenti dei letti dei fiumi, dove risiedono molti benthos. Essi sono altamente sensibili alla contaminazione, quindi la loro vicinanza ad elevate concentrazioni di inquinanti rende questi organismi ideali per studiare la contaminazione dell'acquacite-ref-24[24].
Il benthos può essere utilizzato come mwa3gindicatore biologico dell'inquinamento idrico attraverso valutazioni ecologiche della popolazione o attraverso l'analisi di mwa3kbiomarcatori. Nelle valutazioni ecologiche della popolazione è possibile rilevare un valore relativo dell'inquinamento idrico. L'osservazione del numero e della diversità dei macroinvertebrati in un corpo idrico può indicare il livello di inquinamento. Nelle acque altamente contaminate si troverà un numero ridotto di organismi e solo specie resistenti all'inquinamentocite-ref-25[25]. Nelle valutazioni dei biomarcatori, è possibile raccogliere dati quantitativi sulla quantità e sull'effetto diretto di specifici inquinanti in un corpo idrico. La risposta biochimica dei tessuti interni dei macroinvertebrati può essere studiata approfonditamente in laboratorio. La concentrazione di una sostanza chimica può causare molti cambiamenti, tra cui il cambiamento dei comportamenti alimentaricite-ref-26[26], infiammazioni e danni geneticicite-ref-27[27], effetti che possono essere rilevati al di fuori dell'ambiente del corso d'acqua. L’analisi dei biomarcatori è importante per mitigare gli impatti negativi dell’inquinamento idrico perché può rilevare l’inquinamento idrico prima che abbia un effetto ecologico evidente sulle popolazioni di benthoscite-ref-28[28].
Zonazione del benthos e ambienti bentonici
Le mwa4wcomunità bentoniche presenta aspetti e composizione diversi a seconda della profondità. Si determina pertanto una zonazione in fasce verticali il cui numero e la cui ampiezza varia a seconda dei criteri adoperati. La zonazione in ecologia è l’individuazione di zone a cui sono associati specifici popolamenti (mwa40biocenosi) che li caratterizzano.
Il modello di zonazione più usato per il Mediterraneo è quello promosso da Pérès e Picard (1964), e sottolinea l’importanza dei fattori abiotici chimico-fisici nel controllare la presenza e la distribuzione degli organismi bentonici: l’esposizione al moto ondoso e alle maree, l’illuminazione, la temperatura, la salinità, la granulometria ecc. creano un insieme di condizioni che favoriscono la crescita di specie che sono adattate alla vita in questo ambiente.
La zonazione di Pérès e Picard si basa sulla suddivisione del dominio bentonico in una serie di piani. L’unità strutturale di base del modello di zonazione del benthos di Pérès e Picard è infatti rappresentata dal piano, definito come lo spazio verticale del dominio bentonico marino dove le condizioni ecologiche, funzione della situazione in rapporto al livello del mare, sono costanti o variano regolarmente entro due livelli critici che rappresentano i limiti del piano stesso. Tali piani hanno ciascuno dei popolamenti in vicinanza dei livelli critici che segnano le condizioni limite dei piani interessati. Un primo distinguo che si può fare nella zonazione del benthos è quello tra sistema fitale e afitale.
• Il sistema fitale o litorale (8% dei fondi marini), esteso fino al limite della mwa5ipiattaforma continentale, è caratterizzato dalla presenza di mwa5mluce, e questo fattore abiotico chiaramente condiziona in modo notevole la mwa5qcomunità bentonica di questa zona: si hanno vegetali mwa5uautotrofi, quindi si ha molto mwa5yossigeno e molti mwa5corganismi.
• Il sistema afitale o profondo' 92% dei fondi marini), esteso dal limite della mwa5kpiattaforma continentale alle maggiori mwa5ofosse oceaniche, è caratterizzato dall’assenza di luce.
Sebbene il sistema fitale ricopra solamente l’8% dei fondali marini del pianeta (contro il 92% del sistema afitale), parleremo in massima parte delle comunità di questa zona: conosciamo molto di più di questo 8% piuttosto che del 92% del sistema afitale, questo perché, in primis, è logicamente più facile studiare le comunità a basse profondità, e poi perché nel sistema fitale c’è luce, quindi ci sono molti più organismi, il fondo del sistema fitale è quindi molto più popolato.
Il sistema fitale è suddiviso in 4 piani:
• il mwa58piano sopralitorale si trova nell’interfaccia tra l’ambiente marino e quello terrestre, è raggiunto direttamente dal mare solo occasionalmente da grandi mwa6amaree e dagli spruzzi del mwa6emoto ondoso;
• il mwa6mpiano mesolitorale o intertidale è compreso tra il limite superiore e inferiore delle mwa6qmaree, può essere più o meno esteso e questo dipende dalle escursioni delle maree stesse;
• il mwa6ypiano infralitorale è perennemente sommerso e delimitato superiormente dalla presenza di specie vegetali che non sono in grado di sopportare emersioni prolungate (es. mwa6cmwa6gCystoseira), ed inferiormente dalla profondità massima in cui è possibile la presenza delle mwa6kpraterie di fanerogame marine (es. mwa6omwa6sPosidonia oceanica), nell’infralitorale delle mwa6wregioni tropicali si sviluppano le mwa60barriere coralline;
• il mwa68piano circalitorale è caratterizzato da scarsa luminosità, che si estende dal limite inferiore del piano infralitorale fino alla profondità massima di 150–200 m, oltre la quale le alghe pluricellulari non riescono ad esplicare la fotosintesi; tipico ambiente del circalitorale è il coralligeno.
Piano sopralitorale
Il mwa7gpiano sopralitorale o zona degli spruzzi si colloca nella zona di transizione tra l’ambiente terrestre e quello marino. È limitato superiormente dall’altezza massima raggiunta dagli spruzzi dei frangenti ed inferiormente dal livello più alto della più alta alta mwa7kmarea. L’acqua del mare perviene nel piano sopralitorale solo in occasione delle grandi mwa7omaree o di mwa7smare agitato.
L’ampiezza del piano sopralitorale varia a seconda del tipo di costa e della sua esposizione, da pochi cm a vari metri. Nei mari dove vi è una notevole ampiezza di marea, come la mwa70Manica e il mwa74Mare del Nord, l’acqua perviene a contatto degli organismi sopralitorali durante maree particolarmente grandi come quelle equinoziali, mentre in mari come il Mediterraneo dove la marea ha scarsa importanza l’apporto dell’acqua si ha solo attraverso gli spruzzi delle onde in condizioni di mare agitato.
Essendo il piano sopralitorale costituito da quella parte del dominio bentonico che si trova all’interfaccia tra l’ambiente marino e quello terrestre, in esso si incontra un popolamento misto di duplice origine.
Le comunità più note del piano sopralitorale sono quelle che si sviluppano su substrato duro. La vita vegetale è caratterizzata da cianobatteri che conferiscono alla roccia un colore scuro; tale fascia rappresenta quindi un indice pratico per valutare l’ampiezza del piano sopralitorale.
La vita animale del piano sopralitorale è rappresentata soprattutto da mwa94crostacei, mwa98echinodermi e mwa-amolluschi mwa-epoliplacofori come mwa-imwa-mChiton, mwa-qbivalvi come mwa-umwa-yMytilus, gasteropodi come le mwa-cpatelle (mwa-gmwa-kPatella) e mwa-olittorinidi (come mwa-smwa-wLittorina) che si nutrono di mwa-0alghe e compiono delle notevoli migrazioni verticali in rapporto alle condizioni di agitazione del mare. Caratteristici mwa-4crostacei del piano sopralitorale sono i mwa-8cirripedi mwa-aChthamalus e mwa-eEuraphia che aderiscono spesso in grande numero sulla roccia sopralitorale, conservando nel loro guscio per molto tempo l’acqua marina incapsulata al momento dell’esondazione. Al benthos più mobile appartengono decapodi come il mwa-igranchio mwa-mmwa-qPachygrapsus marmoratus e isopodi come mwa-umwa-yLigia italica, dotati di grande attività in quanto si spostano spesso a scopo alimentare nel piano mesolitorale.
Pozze di marea
Si tratta di uno dei mwa-wbiotopi più interessanti del piano sopralitorale sotto l’aspetto ecologico. Nelle pozze, che si formano soprattutto su fondo roccioso, si insediano organismi in grado di resistere ai cambiamenti dei fattori ecologici che caratterizzano questi micro-ambienti soggetti a periodi, anche lunghi, di disseccamento. Il loro popolamento infatti è caratterizzato da specie molto tolleranti, capaci di adattarsi a variazioni molto importanti di mwa-0salinità (poiché l’acqua può diventare salmastra o soprassalata in rapporto alle piogge e all’evaporazione), di temperatura (il sole che batte nel litorale aumenta la temperatura dell’acqua raccolta nella pozza), di ossigeno (che diminuisce all’aumentare di temperatura) e di mwa-4pH. Il variare delle condizioni ecologiche nel corso dell’anno determina, in una stessa pozza, il succedersi di mwa-8popolamenti molto diversi. Le pozze, di dimensioni e morfologie diverse, sono alimentate da spruzzi di acqua marina e acque meteoriche.
Piano mesolitorale
Il mwba8piano mesolitorale o mediolitorale, anche detto zona intertidale, comincia a livello della più alta alta marea e finisce a livello della più bassa bassa marea: il limite superiore è quindi rappresentato dal massimo livello del mare, mentre il limite inferiore corrisponde alla fascia scoperta dalle estreme basse maree.
Quindi mentre nel piano sopralitorale l’acqua c’è solo in occasione delle grandi maree, nel piano mesolitorale l’acqua c’è con regolarità, in relazione alle estensioni di marea: quando c’è bassa marea il piano mesolitorale è scoperto dall’acqua, quando c’è alta marea il piano mesolitorale è coperto dall’acqua. Il piano mesolitorale è caratterizzato quindi da periodiche emersioni ed immersioni in funzione delle mwbbemaree.
Il piano mesolitorale è uno dei più conosciuti e più studiati: è facilmente raggiungibile dalla costa, non richiede imbarcazioni e non richiede l’utilizzo di particolari strumenti sofisticati e specializzati.
L’ampiezza del piano mesolitorale varia notevolmente in coste diverse in rapporto all’escursione di mwbbqmarea; nel Mediterraneo essa è di circa 30mwbbu cm soltanto mentre nella mwbbyManica e nel mwbbcMare del Nord può essere di vari metri. L’unica eccezione nel mwbbgMediterraneo è rappresentata dall’mwbbkalto Adriatico, dove si possono avere abbassamenti ed innalzamenti della mwbbomarea di circa 1 m (es. mwbbsacqua alta nella mwbbwlaguna di Venezia). Il mesolitorale è un ambiente molto particolare per la vita. I fattori fisici che influenzano i popolamenti del piano mesolitorale sono:
• periodiche emersioni e immersioni dovute alle maree ma anche al vento ed alla pressione atmosferica;
• temperatura (in immersione è più o meno uniforme, legata alla T del mare, in emersione può essere estremamente variabile);
• disseccamento (importante visto che quasi tutti gli animali di questo ecosistema sono di origine marina);
• mancanza di ossigeno quando l’organismo non è esposto al suo medium respiratorio.
Il mesolitorale è quindi un ambiente in cui vivere è molto difficile. Gli organismi del piano mesolitorale devono infatti saper sopportare alterni e regolari periodi di emersione e immersione, devono cioè saper stare per un certo periodo fuori dall’acqua e per un certo periodo sott’acqua; devono essere tolleranti e resistenti nei confronti delle variazioni di temperatura (la capacità termica dell’acqua è decisamente superiore a quella dell’aria); devono essere resistenti al disseccamento e alla carenza di ossigeno.
Quindi, vivere nel piano mesolitorale presenta molte difficoltà. Eppure, nel mesolitorale la vita c’è. Molti organismi sono riusciti a sviluppare adattamenti particolari che hanno consentito loro di colonizzare un ambiente così difficile ed estremo come il mesolitorale. Il parametro che caratterizza gli organismi che colonizzano il mesolitorale è la resistenza al disseccamento.
La biodiversità del mesolitorale aumenta progressivamente andando da terra verso mare.
Anche che le specie che vivono nella zona dell’orizzonte superiore, quella che sta per più tempo fuori dall’acqua, sono generalmente ben protette: abbiamo infatti crostacei cirripedi sessili (es. mwbcyChthamalus e mwbccBalanus), che hanno un carapace modificato all’interno del quale riescono a chiudersi completamente e quindi ad isolarsi dall’ambiente esterno, e molluschi come mwbcgmwbckLittorina e mwbcomwbcsPatella, le cui conchiglie funzionano perfettamente come isolanti riducendo l’evaporazione e la perdita di acqua. Il piede delle patelle, aderendo con forza al substrato roccioso, trattiene una quantità di acqua sufficiente ad impedire la disidratazione, e consente loro di sopportare lunghi periodi di emersione. L’adesione è resa possibile anche dalla secrezione di una sostanza viscosa. Quindi per vivere in ambienti così rigidi caratterizzati da importanti periodi di emersione fuori dall’acqua, è necessario essere ben protetti: gli organismi a guscio duro in questa zona prevalgono rispetto agli organismi a corpo molle.
Scendendo verso l’orizzonte inferiore, la colonizzazione aumenta, e così si ha quindi un popolamento più ricco con organismi anche a corpo molle. La biodiversità è maggiore negli orizzonti inferiori del mesolitorale perché i periodi di emersione sono meno lunghi; i popolamenti intertidali infatti sono composti da specie di origine marina, e gli orizzonti inferiori sono caratterizzati da parametri più marini. Ma una maggiore biodiversità vuol dire anche maggiore competizione: infatti negli orizzonti inferiori c’è molta competizione.
Il piano mesolitorale è quindi un piano ben colonizzato, e questo comporta di conseguenza forti e frequenti fenomeni di competizione, sia mwbdqinterspecifica sia mwbduintraspecifica.
La zonazione verticale degli organismi del mesolitorale è quindi determinata negli orizzonti superiori dalle caratteristiche fisiologiche degli organismi stessi, cioè da quanto un organismo è capace di stare fuori dall’acqua (quindi da quanto è tollerante nei confronti dell’umettamento, della necessità di ossigeno, delle variazioni termiche ecc.), e negli orizzonti inferiori, più colonizzati, dalla competizione e dalla predazione.
Gli organismi degli orizzonti inferiori non riescono a sopravvivere agli orizzonti superiori, mentre gli organismi degli orizzonti superiori sono perfettamente adattati agli orizzonti superiori ma vengono surclassati da quelli degli orizzonti inferiori in termini di performance metaboliche, accrescimento, capacità di sfruttare le risorse.
Piano infralitorale
Il mwbdspiano infralitorale è il primo piano del dominio bentonico che è sempre sommerso: nel piano infralitorale l’acqua c’è sempre.
mwbd0Ambienti e mwbd4biocenosi tipiche del piano infralitorale sono le praterie di mwbd8fanerogame marine (come mwbeamwbeePosidonia oceanica) e, nelle calde acque costiere delle mwbeiregioni tropicali, le mwbembarriere coralline. Si tratta di ambienti estremamente ricchi di mwbeqbiodiversità.
Il piano infralitorale comincia a livello della più bassa bassa marea e termina in genere in corrispondenza della fine della mwbeyzona eufotica. La profondità precisa dell’infralitorale dipende cioè dalla trasparenza delle acque, ed è quindi variabile a seconda della penetrazione della luce. Tale profondità può essere, in acque molto torbide, di soli 20 m così come può, in acque particolarmente trasparenti, superare i 40–45 m. In genere comunque la profondità del piano infralitorale è compresa tra 25–45 m. In Mediterraneo l’infralitorale termina in media a 35 m di profondità.
L’infralitorale è definito biologicamente dallo sviluppo della grande maggioranza delle mwbegalghe fotofile e delle mwbekpraterie di fanerogame marine, come mwbeomwbesPosidonia oceanica, mwbewmwbe0Zostera marina e mwbe4mwbe8Cymodocea nodosa, ed unisce i requisiti ecologici di una completa immersione degli organismi che vi abitano, di un notevole idrodinamismo e della considerevole penetrazione della luce solare, che rende possibile un’attiva fotosintesi e quindi una ricca vita vegetale.
In rapporto a ciò l’infralitorale è il più complesso dei piani bentonici per ricchezza di specie, per l’abbondanza dei gruppi faunistici e floristici, per la diversificazione dei biotopi e delle mwbfebiocenosi e per i mwbfirapporti ecologici che si instaurano tra i vari organismi (mwbfmcompetizione, mwbfqpredazione, mwbfucommensalismo, mwbfymutualismo, ecc.). Dove c’è tanta mwbfcbiodiversità, le mwbfginterazioni ecologiche sono complesse.
I mwbfopopolamenti dell’infralitorale variano, come per i piani precedenti, in rapporto alla natura del substrato: esistono quindi comunità infralitorali legate ai fondi duri e altre legate ai fondi molli, oltre a quelle sviluppate su fondi misti.
Le comunità nell’infralitorale possono essere:
• a dominanza vegetale, come nel caso delle comunità ad mwbf4alghe fotofile (su fondi duri) e delle mwbf8praterie di fanerogame marine (come le praterie di mwbgamwbgePosidonia, su fondi molli);
• a dominanza animale, come nel caso delle mwbgmbarriere coralline delle regioni tropicali. I popolamenti a dominanza animale su fondi molli si sviluppano invece in aree scoperte da vegetazione e comprendono tutta una serie di comunità a base di mwbgqbivalvi ed mwbguechinodermi.
Praterie di fanerogame marine
Le comunità a dominanza vegetale di fondo molle più importanti e più caratteristiche dell’infralitorale sono rappresentate sicuramente dalle mwbg8praterie di fanerogame marine (come le praterie di mwbhamwbhePosidonia oceanica, endemica del mwbhiMediterraneo).
Le praterie di fanerogame marine sono ambienti, tipici dei fondi molli del mwbhqpiano infralitorale, costituiti da mwbhupiante mwbhyangiosperme (non alghe) che si stabiliscono in fondi molli lungo le coste, le baie e gli estuari nell’infralitorale. Sono ambienti ricchi di biodiversità ed hanno un ruolo ecologico molto importante in tutti i mari, compreso il nostro Mediterraneo.
Le fanerogame marine del mwbiqMediterraneo che formano praterie sommerse sono mwbiumwbiyCymodocea nodosa, mwbicmwbigZostera marina, mwbikmwbioNanozostera noltii, mwbismwbiwPosidonia oceanica e mwbi0mwbi4Halophila stipulacea. In altri mari, ad esempio in quelli tropicali, si associano alla mwbi8mwbjaCymodocea anche altre fanerogame quali ad esempio quelle del genere mwbjemwbjiThalassia.
Le praterie di mwbjqmwbjuZostera hanno scarsa importanza nel Mediterraneo mentre sono molto più diffuse nella mwbjyManica e nel mwbjcMare del Nord, e danno ricetto ad una ricca mwbjgbiocenosi con forme epibionti rappresentate da mwbjkspugne, mwbjobriozoi, mwbjsascidie, mwbjwgasteropodi ecc.
Le più importanti praterie del mwbj4Mediterraneo sono quelle di mwbj8mwbkaCymodocea nodosa e soprattutto di mwbkemwbkiPosidonia oceanica, specie endemica di questo mare.
I mwbkqfattori ambientali abiotici che maggiormente influenzano la distribuzione delle praterie di fanerogame marine sono la mwbkuluminosità, la trasparenza dell’acqua, la mwbkysalinità, l’esposizione all’aria e all’idrodinamismo; la presenza di fondali idonei (in rapporto alla loro struttura le fanerogame marine colonizzano ambienti a diversa granulometria, la quantità di nutrienti disponibili e la concentrazione di mwbkcinquinanti (le fanerogame marine sono molto sensibili ai fenomeni di contaminazione da mwbkgidrocarburi e mwbkkmetalli pesanti).
Di questi fattori ambientali, il più limitante è senza dubbio la luminosità: essendo le fanerogame organismi vegetali mwbksautotrofi, necessitano di luce abbondante per poter effettuare la mwbkwfotosintesi, per questo il mwbk0piano infralitorale rappresenta per loro l’ambiente ideale della zonazione bentonica, mentre al di sotto di questo, cioè nel piano circalitorale, queste praterie non si possono formare perché la luce è troppo scarsa. mwbk4mwbk8Posidonia oceanica, pianta mwblaendemica del mwbleMediterraneo, ha una distribuzione che va tipicamente da 0 a 40 m di profondità, predilige acque oligotrofiche, che permettono di sfruttare al meglio la penetrazione della luce alle profondità maggiori.
Le praterie di fanerogame marine svolgono diverse funzioni ecologiche molto importanti:
• forniscono cibo e mwblshabitat preferenziale per molti mwblworganismi (anche in pericolo di estinzione, per esempio alcune mwbl0tartarughe marine e mwbl4dugonghi), che possono utilizzarle anche solo come aree di mwbl8riproduzione e mwbmanursery (moltissimi organismi marini, anche in mwbmeMediterraneo, si riproducono tra le fronde delle fanerogame marine);
• supportano una ricca mwbmmbiodiversità (le mwbmqcomunità mwbmubiologiche associate sono costituite principalmente da mwbmymolluschi, mwbmcpesci, mwbmgechinodermi ed altri organismi associati);
• mostrano un’elevata mwbmoproduzione primaria assorbendo mwbmsanidride carbonica e producendo mwbmwossigeno (la produzione di ossigeno da parte di mwbm0mwbm4Posidonia oceanica nel mwbm8Mediterraneo è, a parità di estensione, 2,5 volte superiore alla mwbnaforesta amazzonica);
• stabilizzano il mwbncsedimento sul fondale e possono incrementare la qualità dell’acqua;
• contribuiscono a contrastare l’erosione costiera.
Le praterie di fanerogame costituiscono un mwbnoecosistema particolarmente complesso, che produce grande quantità di materia organica e di mwbnsossigeno. Essendo le fanerogame marine importantissimi produttori di ossigeno, l’ossigeno è un fattore limitante in mare, è chiaro quindi che la vita si concentra in un ambiente, come quello delle praterie di fanerogame, dove i produttori producono tantissimo ossigeno. Le praterie sono l’habitat ideale per la vita di moltissimi organismi marini: dai più semplici ai pesci, che vi trovano un habitat consono alla deposizione delle uova e allo sviluppo larvale, fino a grossi rettili e mammiferi pascolatori, come tartarughe di mare e dugonghi, che transitano nelle praterie per alimentarsi e brucare le fanerogame. Vi trovano le condizioni ottimali una quantità rilevante di epifiti, che si insediano sulle foglie della fanerogama sfruttandole come substrato. La fanerogama offre quindi diversi substrati (radici, rizomi, foglie) colonizzabili dagli organismi bentonici, anche a causa di questo la biodiversità è molto alta.
Gli erbai densi di mwbn0Posidonia oceanica non costituiscono un’entità biocenotica unica ma possono essere visti in più dimensioni, una associata alle fronde (popolamento rappresentato principalmente da organismi epifiti e da pesci pascolatori), una ai rizomi e al substrato.
In particolare, gli organismi associati alle praterie di fanerogame possono essere suddivisi in diversi gruppi a seconda dei microhabitat che occupano:
• organismi mobili e fissi dello strato fogliare;
• organismi che occupano la colonna d’acqua sovrastante la prateria e tra le foglie;
• organismi mobili e fissi che vivono tra i rizomi;
• fauna delle matte composta sia da organismi sessili sia da organismi mobili.
Mentre tra le fronde albergano una flora ed una fauna epifitica di tipo fotofilo, sui rizomi e nel substrato si sviluppano, a causa della forte riduzione della luce, organismi tipicamente sciafili.
Tra gli organismi sessili che vivono nella fauna delle matte dominano mwbo4idrozoi, mwbo8briozoi e mwbpapolicheti mwbpeserpulidi, mentre gli organismi mobili della fauna delle matte sono rappresentati primariamente da mwbpimolluschi mwbpmgasteropodi quali mwbpqmwbpuRissoa, mwbpymwbpcGibbula e mwbpgBittium, mwbpkcrostacei mwbpoanfipodi, mwbpsisopodi e mwbpwdecapodi. Grazie alla presenza nelle foglie di composti fenolici che funzionano da deterrenti per gli erbivori e di mwbp0carboidrati strutturali poco digeribili, pochi sono i consumatori diretti delle foglie di fanerogame marine; tra questi alcuni mwbp4ricci di mare come mwbp8mwbqaParacentrotus, mwbqeisopodi come mwbqimwbqmIdotea e mwbqqpesci come mwbqumwbqySarpa salpa sono sicuramente tra gli organismi che consumano quantitativamente più degli altri, andando talvolta a modificare anche in modo molto importante l’aspetto dell’intera prateria.
Le praterie di fanerogame marine sono altamente mwbqgproduttive e supportano un’alta mwbqkbiomassa vegetale. Si tratta di hotspot di produzione primaria che raggiunge valori fino a 10 volte più elevati rispetto alle aree circostanti prive di praterie. A volte la mwbqobiomassa degli epifiti è superiore a quella delle foglie; deve essere quindi considerata non solo la produzione primaria della fanerogama, ma anche la produzione primaria degli epifiti autotrofi costituiti da microalghe e macroalghe. Si stima che i valori in mwbqsproduzione primaria in praterie di fanerogame con densità superiore a 200 ciuffi per m² rappresentano un contributo di circa 1.1% alla mwbqwproduzione primaria marina globale.
La stretta relazione tra struttura e funzionamento degli mwbq4ecosistemi delle praterie di fanerogame risulta evidente nello studio delle relazioni trofiche tra i vari comparti. La ricca e diversificata comunità epifita che si forma sulle lunghe foglie di mwbq8mwbraPosidonia oceanica in estate rappresenta la via principale di trasferimento energetico, enfatizzando il ruolo strutturale di questa specie. Nella stagione fredda, quando la componente algale è meno diversificata, il trasferimento di energia è vicariato dal detrito. Il basso contenuto in carboidrati strutturali nelle specie a crescita più rapida fa sì che in questi sistemi pionieri la via delle foglie possa rivestire un’importanza maggiore. La mwbrerete trofica che si instaura in questi sistemi è regolata da relazioni multiple, variabili su scala sia spaziale sia temporale, e che dipendono dalla fanerogama, dagli epifiti, dagli erbivori e dagli altri consumatori.
Barriere coralline
Nelle calde acque costiere delle mwbr0regioni tropicali e mwbr4subtropicali il mwbr8piano infralitorale è caratterizzato da un mwbsapopolamento a dominanza animale molto caratteristico e di grande interesse ecologico: le mwbsebarriere coralline.
Una mwbsmbarriera corallina è una mwbsqbiocostruzione marina costituita in primo luogo da organismi biocostruttori facenti parte degli mwbsucnidari mwbsyantozoi mwbscesacoralli dell’ordine delle mwbsgsclerattinie, i cosiddetti coralli duri o mwbskmadrepore.
L’importanza delle barriere coralline è notevolissima, per la sua superficie occupata, per la straordinaria ricchezza della mwbssbiodiversità associata e per la complessità di mwbswrapporti ecologici, mwbs0biomassa e mwbs4produttività.
Le barriere coralline sono mwbtabiocostruzioni grandi e massicce costituite primariamente da mwbteorganismi fissatori di mwbticarbonato di calcio. I coralli duri o mwbtmmadrepore sono i principali biocostruttori, in quanto ‘fissano’ carbonato di calcio per la calcificazione del loro mwbtqesoscheletro. Una barriera corallina quindi altro non è che un’enorme impalcatura costituita da carbonato di calcio fissato da organismi; si parla quindi di una mwbtubiocostruzione.
I coralli costruttori sono in mwbuaendosimbiosi con delle microalghe dette mwbuezooxantelle, appartenenti ai dinoflagellati (si parla pertanto di coralli ermatipici). Le microalghe (le più note sono quelle del genere mwbuimwbumSymbiodinium), crescono nei tessuti vivi del corallo. Poiché i coralli sono mwbuqpredatori, il significato delle zooxantelle endosimbionti non è direttamente nutritivo ma lo è indirettamente in quanto esse forniscono con le loro secrezioni sostanze utili al metabolismo dell’animale, producendo mwbuuossigeno ed eliminando i metaboliti del corallo; è stato osservato che le zooxantelle contribuiscono a oltre il 90% del fabbisogno energetico dei coralli che le ospitano. Quindi la presenza delle zooxantelle è fondamentale per i coralli: si tratta di una simbiosi obbligata; senza le microalghe, i coralli che costruiscono le barriere coralline non potrebbero sopravvivere a lungo, e di conseguenza non esisterebbero le barriere coralline.
È stato dimostrato che le zooxantelle che vivono in endosimbiosi con i coralli costruttori sono essenziali per la fissazione del mwbvecarbonato di calcio, materiale che costituisce l'mwbviesoscheletro dei coralli: infatti le microalghe aiutano i processi di calcificazione dello scheletro del corallo. I coralli non provvisti di zooxantelle simbionti non riescono da soli a fissare quantità di carbonato di calcio tali da formare barriere coralline, l’endosimbiosi con le microalghe è pertanto fondamentale per l’edificazione delle barriere coralline: senza le zooxantelle che vivono nei tessuti dei coralli quindi le barriere coralline non esisterebbero.
Essendo le zooxantelle organismi mwbvqautotrofi che necessitano di abbondante mwbvuluce solare per effettuare la mwbvyfotosintesi, ed essendo la loro presenza fondamentale per l’edificazione della barriera corallina, i coralli tropicali richiedono rigide condizioni di profondità, di luminosità, di trasparenza dell’acqua e di temperatura per poter formare le barriere coralline. I coralli non ermatipici (cioè sprovvisti di zooxantelle) sono infatti diffusi anche in mari non tropicali ed a profondità considerevoli, però non sono capaci di formare delle costruzioni paragonabili alle barriere coralline tropicali.
La presenza delle zooxantelle, e la necessità di mwbvgluce solare per effettuare la mwbvkfotosintesi, costringe i coralli costruttori di barriera corallina a crescere in acque costiere superficiali poco profonde e ben illuminate; è per questo motivo che le mwbvobarriere coralline tropicali si trovano solo a basse profondità in zone ben illuminate.
Le barriere coralline necessitano di un forte irraggiamento solare, come è consueto nelle regioni tropicali. L’esigenza di un’elevata luminosità per poter esplicare al meglio la funzione fotosintetica delle zooxantelle spiega perché la crescita dei coralli costruttori dei reef avvenga soprattutto nei primi metri della zona eufotica, attorno a isole e continenti. I coralli costruttori crescono fin dove arriva la luce del sole, quindi sott’acqua possono raggiungere una profondità di 15–25 m con un massimo di 40–50 m. Senza una sufficiente illuminazione, la fotosintesi delle zooxantelle non può realizzarsi e ciò riduce la capacità dei coralli di produrre carbonato di calcio e quindi di ‘edificare’ i reefs. La quantità di luce diminuisce al crescere della latitudine dove la penetrazione dei raggi solari in profondità può stagionalmente essere inferiore anche a 10 m. La quantità di luce che raggiunge le profondità massime è quella degli atolli corallini in oceano aperto. Per la crescita delle barriere coralline è fondamentale inoltre la trasparenza dell’acqua: l’acqua deve essere limpida senza sedimenti, sabbia o fanghi in sospensione. È anche per questo motivo che i reef si formano in zone lontane dalle foci fluviali o dai fondali fangosi, che sono ambienti molto torbidi.
I coralli costruttori dei reef sono molto sensibili e poco tolleranti (non sono mwbv0euritermi ma mwbv4stenotermi): richiedono acque calde. Sebbene i coralli possano sopportare brevi esposizioni a temperature estreme, nel corso dell’anno deve necessariamente esservi una mwbv8temperatura costante dell’acqua: superiore in media ai 20mwbwa °C, comunque non inferiore ai 18mwbwe °C e non superiore ai 32mwbwi °C per tutti i periodi dell’anno. Sembra che la temperatura ideale per la crescita dei coralli sia compresa tra i 23mwbwm °C e i 29mwbwq °C. Dove la temperatura dello strato superficiale del mare non varia oltre questi limiti di tolleranza, l’area è potenzialmente idonea per lo sviluppo di barriere coralline. Questa prerogativa si verifica sostanzialmente solo nelle acque costiere tropicali: nei mari temperati infatti, come il mwbwumar Mediterraneo, le specie di coralli che nei mari tropicali danno origine alle barriere coralline sono assenti. Sulle coste occidentali dell’mwbwyAfrica e dell’mwbwcAmerica, comprese tra i mwbwgtropici, le formazioni coralline mancano o sono molto ridotte soprattutto a causa di mwbwkcorrenti fredde che in quelle zone raggiungono le latitudini mwbwotropicali. La temperatura delle acque influenza anche la presenza di alcune specie piuttosto di altre: così acque a 25-29mwbws °C sono ottimali per coralli ramificati mentre sotto i 24mwbww °C crescono per lo più forme lisce e compatte. I coralli non riescono a sopportare temperature molto basse né troppo alte e in caso di fenomeni di abbassamento o di innalzamento eccessivo della temperatura dell’acqua muoiono rapidamente. Un aumento della temperatura anche modesto mette i coralli in forte difficoltà. L’aumento della temperatura dell’acqua, anche di pochi gradi, provocato dalle modificazioni climatiche planetarie ha infatti importanti ripercussioni sull’intero ecosistema. Il passaggio nell’Oceano Indiano della corrente calda di mwbw0El Niño proveniente dal mwbw4Pacifico ha causato la morte di vasti tratti di barriera corallina. Le barriere coralline sono assenti nel Mediterraneo perché le temperature invernali delle acque del Mediterraneo scendono al di sotto dei 18mwbw8 °C, sono quindi cioè troppo basse.
I coralli duri o mwbxemadrepore vivono in tutti i mari del globo, ma mentre nei mari freddi e temperati costituiscono colonie piccole, nelle mwbxizone tropicali e mwbxmsubtropicali assumono un notevole sviluppo tale da formare le mwbxqbarriere coralline. L’osservazione della distribuzione geografica delle barriere coralline evidenzia come il loro sviluppo dipenda dal verificarsi di precise condizioni ambientali, riscontrabili solo in alcune acque costiere tropicali. Le barriere coralline sono diffuse in tutta la fascia intertropicale tra i 30° di latitudine Nord e i 30° di latitudine Sud. Le aree geografiche con maggiore sviluppo delle barriere coralline sono i mwbxuCaraibi, il mwbxyMar Rosso, l’mwbxcOceano Indiano (mwbxgAfrica orientale, mwbxkIndia, mwbxoMaldive), l’mwbxsarcipelago della Sonda (mwbxwMalesia, mwbx0Indonesia, mwbx4Timor), l’mwbx8Australia settentrionale, la mwbyaPolinesia e le mwbyeAntille. Si stima che le barriere coralline coprano 284.300mwbyi km² (109.800 miglia quadrate), poco meno dello 0,1% della superficie degli oceani. La mwbymregione indo-pacifica (che comprende mwbyqMar Rosso, mwbyuOceano Indiano, mwbyySud-Est asiatico e mwbycPacifico) rappresenta il 91,9% di questo totale. Il mwbygsud-est asiatico rappresenta il 32,3% di quella cifra, mentre il mwbykPacifico, inclusa l'mwbyoAustralia, rappresenta il 40,8%. Le barriere coralline mwbysatlantiche e mwbywcaraibiche invece rappresentano il 7,6%. In mwby0Australia, al largo delle coste del mwby4Queensland, si snoda la più grande barriera corallina del mondo, la mwby8Grande Barriera Corallina australiana (mwbzaThe Great Barrier Reef): 2.900 barriere collegate tra loro, 900 isole, 345.000 chilometri quadrati, oltre 2.200mwbze km di lunghezza. Ospita circa 1.500 specie di pesci.
Le barriere coralline formano alcuni degli ecosistemi più mwbzmproduttivi del mondo, fornendo habitat marini complessi e vari che supportano un'ampia gamma di altri organismi.
Sebbene occupino solo circa l'1% dei mari e degli oceani del pianeta, le barriere coralline ospitano più del 25% della mwbzubiodiversità marina globale, questo rende le barriere coralline dei veri e propri mwbzyhot spot di biodiversità.
Le barriere coralline ospitano una ricchissima varietà di mwbaeanimali mwbaiinvertebrati, tra cui mwbamporiferi (spugne), mwbaqcnidari (mwbaucoralli, mwbaygorgonie, mwbacattinie o mwbaganemomi di mare, mwbakpennatule, mwbaomeduse), mwbasplatelminti (vermi piatti), mwbawanellidi (vermi segmentati), mwba0molluschi (mwba4bivalvi, mwba8gasteropodi, mwbbacefalopodi), mwbbebriozoi, mwbbibrachiopodi, mwbbmnemertini, mwbbqcrostacei (mwbbugamberetti, mwbbyaragoste, mwbbccanocchie, mwbbggamberi, mwbbkgranchi, mwbbopaguri), mwbbsechinodermi (mwbbwricci di mare, mwbb0stelle di mare, mwbb4stelle serpentine, mwbb8cetrioli di mare, mwbcagigli di mare), mwbceascidie. Tra gli animali mwbcivertebrati, le barriere coralline ospitano una ricchissima diversità di mwbcmpesci appartenenti a diverse famiglie, sia mwbcqpesci cartilaginei sia mwbcupesci ossei. I mwbcyrettili marini sono rappresentati da mwbcctartarughe di mare e mwbcgserpenti di mare. Molte specie di mwbckuccelli marini delle regioni costiere tropicali trovano nutrimento dalle barriere coralline. A parte gli esseri umani, i mammiferi sono rari sulle barriere coralline, con l'eccezione principale di mwbcocetacei in visita come i mwbcsdelfini.
Una delle minacce più importanti per le mwbdgbarriere coralline negli ultimi anni è il cosiddetto fenomeno dello mwbdksbiancamento dei coralli (mwbdocoral bleaching), sempre più frequente e dannoso a causa dei recenti mwbdscambiamenti climatici globali e del mwbdwriscaldamento globale. Lo sbiancamento dei coralli è un fenomeno che si verifica quando i coralli espellono le zooxantelle, facendoli apparire bianchi o molto chiari. Questo processo è spesso innescato da stress ambientali, come l'aumento della temperatura dell'acqua, l'mwbd0acidifcazione dei mari o l'mwbd4inquinamento. Questo fenomeno è quindi molto dannoso per l'ecosistema della barriera corallina, dal momento che le zooxantelle forniscono ai coralli fino al 90% del loro fabbisogno energetico attraverso la fotosintesi, e partecipano attivamente alla biocostruzione della struttura carbonatica. Temperature elevate, anche di pochi gradi, possono stressare i coralli e indurli a espellere le zooxantelle. In genere il fenomeno dello sbiancamento si verifica quando la temperatura dell'acqua si mantiene a lungo oltre i 30mwbd8 °C. Questo è molto preoccupante soprattutto in un'ottica di mwbeacambiamenti climatici e di mwbeeriscaldamento globale: i fenomeni di sbiancamento dei coralli potrebbero aumentare sempre di più a causa del progressivo aumento delle temperature, con effetti devastanti per la mwbeibiodiversità e per l'mwbemecosistema. Le conseguenze dello sbiancamento sono diverse. Innanzitutto si ha perdita di colore: i coralli perdono il loro colore vivace e appaiono bianchi o pallidi. Se lo stress persiste, i coralli possono morire di fame, poiché le zooxantelle forniscono loro gran parte dell'energia. Lo sbiancamento dei coralli può portare alla perdita di specie marine che dipendono dalle barriere coralline per il cibo e il riparo, comportando quindi un drastico calo di biodiversità. Molte popolazioni umane dipendono dalle barriere coralline per il turismo, la pesca e la protezione dalle tempeste, quindi lo sbiancamento può avere anche gravi conseguenze economiche e sociali, oltre che ecologiche ed ambientali.
Biocostruzione a Cladocora caespitosa
Nel mwbe0Mediterraneo un ruolo simile a quello dei coralli tropicali è svolto dalla madrepora cuscino (mwbe4mwbe8Cladocora caespitosa), specie mwbfaendemica del Mediterraneo che grazie ad un mwbfeesoscheletro duro di mwbficarbonato di calcio e all'mwbfmendosimbiosi con mwbfqzooxantelle (proprio come i coralli delle mwbfubarriere coralline tropicali) sviluppa formazioni coralline di grande valenza ecologica. mwbfyCladocora caespitosa è l'unico mwbfccorallo duro mwbfgmediterraneo che ospita mwbfkzooxantelle mwbfoendosimbionti. Questa specie, spesso nota come madrepora a cuscino per via della morfologia globosa e massiva più o meno regolare della colonia di polipi, è la più grande mwbfssclerattinia del Mediterraneo, dove è uno dei principali organismi biocostruttori)cite-ref-29[29]cite-ref-30[30]cite-ref-02-31-0[31]. È una specie endemica del Mediterraneo, dove colonizza prevalentemente fondi duri poco profondi. mwbggCladocora caespitosa vive in preferenza tra blocchi rocciosi detritici con poca vegetazione vicino alla sabbia, a 1–70 m di profondità, ed è in grado di tollerare basse temperature invernali (< 10mwbgk °C) e bassi valori di mwbgosalinità. L’intera colonia può superare i 50mwbgs cm di diametro. Il tasso di accrescimento di questo corallo è pari a 2,9-5,2mwbgw mm l’anno, quindi colonie di 50mwbg0 cm possono superare i 100-150 anni di età. La forma della colonia varia in funzione dell’intensità luminosa, della profondità e dell’idrodinamismo, passando da cuscinetto compatto a strutture meno dense, più ramificate o incrostanti. La colorazione è giallastra, bruna o verdastra per la presenza di mwbg4zooxantelle. Le colonie di mwbg8Cladocora caespitosa si possono fondere in banchi di parecchi metri di larghezza, sono quindi in grado di edificare notevoli biocostruzioni. La presenza delle zooxantelle limita la diffusione di questo corallo alla fascia fotica superficiale, dove la luce, necessaria alle zooxantelle per la fotosintesi, è molto presente. Le formazioni a mwbhaCladocora caespitosa infatti raggiungono le massime estensioni non oltre i 25–30 m di profondità, in acque poco agitate, a basso idrodinamismo. Le formazioni a mwbheCladocora caespitosa di maggiori dimensioni oggi si trovano in Croazia, nel mwbhiParco Nazionale di Mljet, a una profondità compresa tra 5 e 15 metri, dove vi sono banchi di notevoli dimensioni, alti alcuni decimetri ed estesi per diversi metri quadri.
Ogni singola colonia è sede di una notevole biodiversità. L’importanza ecologica e l’interesse scientifico delle biocostruzioni a mwbhqCladocora caespitosa è legato all’elevata mwbhubiodiversità e alle associazioni bentoniche, che comprendono caratteristici popolamenti di mwbhyalghe calcaree, mwbhcporiferi incrostanti, mwbhgcnidari, mwbhkpolicheti e mwbhoascidie. mwbhsCrostacei, mwbhwechinodermi e piccoli mwbh0pesci bentonici trovano riparo tra fessure, cavità e anfratti nella biocostruzione. Diverse specie di crostacei e pesci di interesse commerciale dipendono dalle biocostruzioni a mwbh4Cladocora caespitosa per la loro alimentazione e riproduzione.
Le formazioni a mwbicCladocora caespitosa sono minacciate da molti fattori, come gli ancoraggi delle imbarcazioni, che danneggiano irrimediabilmente le colonie, il mwbigcambiamento climatico, in particolare l’innalzamento della temperatura dell’acqua oltre i 29mwbik °C, che causa lo mwbiosbiancamento associato all’espulsione dalla colonia delle alghe simbionticite-ref-02-31-1[31]cite-ref-32[32]cite-ref-33[33]cite-ref-34[34]cite-ref-35[35], le mwbj8mucillaginicite-ref-36[36], la mwbkqcompetizione con l’mwbkualga mwbkyalloctona invasiva mwbkcmwbkgCaulerpa racemosa, che ricopre rapidamente le colonie causando il soffocamento dei mwbkkpolipicite-ref-37[37] e predatori invasivi come il mwbk4mollusco mwbk8gasteropode mwblaCoralliophila meyendorfficite-ref-38[38] e l'mwbluanellide mwblypolichete mwblcmwblgHermodice carunculatacite-ref-39[39]. Oggi mwbl0Cladocora caespitosa è nella categoria “Endangered” della mwbl4Red List IUCN 2015, ed è una specie protetta.
Piano circalitorale
Il mwbmipiano circalitorale del dominio bentonico si estende dal limite inferiore dell’infralitorale, cioè in genere da 35–40 m circa di profondità, fino al limite della piattaforma continentale a circa 150–200 m, profondità limite in cui le mwbmmalghe possono fare mwbmqfotosintesi. Al di sotto di tale limite, che corrisponde con il limite della zona fotica, la luce è estinta, le alghe non possono fare fotosintesi ed inizia la zona afotica.
Il piano circalitorale quindi è caratterizzato da scarsa luminosità, pur essendo comunque sempre incluso nella zona fotica perché un po’ di luce c’è, abbastanza da poter permettere alle alghe di effettuare fotosintesi.
Il circalitorale in Mediterraneo, su substrato roccioso, è condizionato da una intensità luminosa compresa tra 0,9% e 0,01% di quella della superficie. La temperatura oscilla tra 18mwbmc °C e 13,5mwbmg °C. Il limite inferiore del manto vegetale generalmente si interrompe tra 120 e 150 metri di profondità. Quindi il parametro abiotico di discontinuità che caratterizza il circalitorale è la luce.
Dal punto di vista biologico ed ecologico il circalitorale è sicuramente meno complesso rispetto all’infralitorale, soprattutto perché c’è meno luce, e questo riduce la biodiversità. Va comunque detto che in alcuni ambienti tipici del circalitorale, quali il coralligeno e le grotte, di vita ce n’è, e anche molta.
A causa dell’attenuazione della luce, nel piano circalitorale non si riscontra una vegetazione ricca come quella vista nell’infralitorale. Infatti nel piano circalitorale la componente animale è più abbondante rispetto alla componente vegetale.
Tuttavia anche negli ambienti del circalitorale è presente un’importante flora sia macroalgale (rappresentata soprattutto da alghe calcaree a tallo calcificato) sia microalgale.
Il piano circalitorale è caratterizzato da una componente bentonica sciafila, che cioè non sopporta di essere sottoposta ad un’eccessiva illuminazione. Questo aspetto riguarda sia lo zoobenthos, dominato da antozoi, poriferi, briozoi e ascidie (benthos tipicamente sciafilo), sia il fitobenthos.
Il piano circalitorale comprende sia fondi duri rocciosi sia fondi molli; sugli uni e sugli altri si può avere un concrezionamento biologico costituito da mwbm4alghe mwbm8rosse calcaree con sviluppo di una particolare mwbnabiocostruzione denominata mwbnecoralligeno.
Coralligeno
Per mwbnocoralligeno si intende una mwbnsbiocostruzione tipica del circalitorale ricca di mwbnwbiodiversità che formano un paesaggio di organismi animali e vegetali sciafili e perennanti con un concrezionamento più o meno importante fatto di mwbn0alghe calcaree a profondità comprese tra 25 e 200 m. A differenza delle mwbn4barriere coralline tropicali infatti, il coralligeno è una biocostruzione i cui organismi biocostruttori primari sono mwbn8alghe rosse calcaree, quindi dei vegetali, non animali.
Il termine “mwboecoralligeno” è stato coniato da Marion nel 1883 studiando concrezioni calcaree nel Golfo di Marsiglia contenenti frammenti di corallo rosso. Tra i biologi marini non esiste consenso sulla definizione di coralligeno. Secondo Ballesteros (2006) si tratta di “fondi duri di origine biogenica in massima parte originati dall’accumulo di alghe calcaree incrostanti in condizioni di luce moderata e acque relativamente calme”. Secondo Cinelli e Tunesi (2009) il coralligeno è “una popolazione che crea substrati duri di origine biologica attraverso l’accumulo generato specialmente da alghe incrostanti. Secondo Relini (2009), è difficile dare una definizione univoca perché non è costituito da una comunità o un gruppo di comunità ma dall’equilibrio tra biocostruttori e biodemolitori (o biodistruttori).
Il coralligeno è una biocostruzione realizzata principalmente da alghe calcaree in condizioni di:
• irradianza debole (bassa quantità di luce);
• temperatura relativamente bassa e costante;
• salinità costante;
• idrodinamismo debole.
L’architettura e la morfologia di questa biocostruzione sono principalmente controllate dalla produzione biologica di mwbokcarbonato di calcio che risponde a mwboocambiamenti climatici, mwbosoceanografici e ad apporti terrigeni.
Il popolamento coralligeno, caratterizzato da organismi tipicamente sciafili, comprende numerose specie vegetali e animali che si sviluppano in condizioni di luminosità ridotta. Esse prosperano su un substrato concrezionato da alcune specie dominanti, in particolare mwbpcalghe rosse a mwbpgtallo calcareo, mwbpkbriozoi e mwbposerpulidi. Le mwbpsalghe rosse biocostruttrici più importanti nel coralligeno sono le mwbpwalghe rosse calcaree, come quelle dei generi mwbp0Lithophyllum, mwbp4Neogoniolithon e mwbp8Mesophyllum, e le peissonneliacee, come mwbqaPeyssonnelia rubra. Tutte queste alghe sono caratterizzate dal possesso di un mwbqetallo impregnato di mwbqicarbonato di calcio che concorre in modo fondamentale alla biocostruzione. Queste alghe calcaree infatti, con la loro attività biocostruttrice, sono i biocostruttori primari del coralligeno, ricoprendo e saldando mediante una sorta di cemento, detriti di roccia, resti di animali e scorie di varia origine.
Come detto, partecipano alla mwbrqbiocostruzione coralligena anche altri organismi. Tra questi, il mwbruforaminifero mwbrymwbrcMiniacina miniacea, i mwbrgbriozoi mwbrkPentapora fascialis e mwbromwbrsMyriapora truncata, l’mwbrwanellide mwbr0serpulide mwbr4mwbr8Serpula vermicularis e gli mwbsaantozoi mwbseesacoralli mwbsimwbsmLeptopsammia pruvoti e mwbsqmwbsuParazoanthus axinellae.
I bioconcrezionamenti prodotti dai biocostruttori del coralligeno, proprio per questo sviluppo tridimensionale che garantisce un ambiente ad alta eterogeneità, forniscono un rifugio ed un substrato perfetto per l’insediamento a molti organismi del benthos.
Nel popolamento coralligeno infatti sono importanti, oltre agli elementi concrezionati precedentemente citati, anche molti mwbsgporiferi, mwbskantozoi (in particolare mwbsogorgonie e mwbssalcionacei), mwbswechinodermi (specialmente mwbs0ofiure), mwbs4policheti, mwbs8gasteropodi e mwbtabivalvi.
Rispetto al loro significato ecologico e alla loro posizione nella struttura del coralligeno, gli animali che contribuisce alla formazione del coralligeno possono essere distinti in diverse categorie: la criptofauna, che colonizza i piccoli fori e fessure della struttura coralligeno; l’epifauna, che vive sopra le concrezioni, e l’endofauna, che vive all'interno della formazione e che rappresenta circa il 67% delle specie animali presenti.
Spesso il coralligeno è caratterizzato da larghe distese di coralli come la madrepora gialla (mwbtkmwbtoLeptopsammia pruvoti) o le margherite di mare (mwbtsmwbtwParazoanthus axinellae), ma anche di mwbt0mwbt4Alcyonium coralloides e di mwbt8gorgonie, come la gorgonia rossa (mwbuamwbueParamuricea clavata), la gorgonia gialla (mwbuimwbumEunicella cavolinii) e la gorgonia bianca (mwbuqmwbuuEunicella singularis).
Le grandi “foreste” di mwbu0gorgonie sono uno degli aspetti più tipici del coralligeno. Le gorgonie e molti altri animali importanti del coralligeno sono sessili e filtratori, nutrendosi di particellato organico sospeso nell’acqua. Importano così energia dalla colonna d’acqua, sfruttandone la mwbu4produzione primaria (mwbu8fitoplancton) e paraprimaria (detrito) e realizzando un collegamento tra il benthos e l’ambiente pelagico. La gorgonia rossa (mwbvamwbveParamuricea clavata) è la gorgonia più caratteristica del coralligeno mediterraneo, con colonie rosso rubino che, in certe località, possono volgere al giallo. Popola i fondali rocciosi privilegiando gli anfratti poco raggiunti dalla luce. È infatti una specie sciafila, cioè amante della penombra. Altre specie di gorgonie tipiche del coralligeno sono la gorgonia gialla (mwbvimwbvmEunicella cavolinii) e la gorgonia bianca (mwbvqmwbvuEunicella singularis). Le gorgonie sono organismi molto sensibili al riscaldamento delle acque, e pertanto sono seriamente minacciate dai mwbvycambiamenti climatici: eventi di mortalità di massa di questi organismi sono sempre più frequenti nel mwbvcMediterraneo a causa del mwbvgriscaldamento globale.
Come detto, la stabilità del coralligeno è garantita dall’equilibrio tra biocostruttori e biodemolitori. Tra i principali biodemolitori del coralligeno si possono ricordare la mwbvospugna mwbvsCliona viridis o gli mwbvwechinoidei pascolatori di mwbv0alghe rosse, come mwbv4mwbv8Sphaerechinus granularis ed mwbwamwbweEchinus melo.
Benthos di acqua dolce
Nella biologia delle acque dolci il termine benthos è utilizzato per riferirsi a organismi sul fondo di corpi idrici d'acqua dolce, come laghi, fiumi e ruscellicite-ref-40[40].
Per quanto riguarda gli mwbwkecosistemi d'acqua dolce definiti lotici, ovvero i corsi d'acqua superficiali quali mwbwofiumi e mwbwstorrenti, ospitano una comunità macrobentonica molto diversificata, sia in termini di gruppi tassonomici presenti, sia di posizione occupata nella mwbwwrete trofica.
Individui bentonici appartengono ad esempio ai mwbw4Phylum mwbw8Arthropoda, mwbxaAnnelida e mwbxeMollusca.
Tra gli mwbxmArthropoda si annovera la mwbxqclasse degli mwbxuHexapoda, con individui appartenenti tra gli altri mwbxyOrdini dei mwbxcPlecoptera, mwbxgEphemeroptera, mwbxkTrichoptera e mwbxoOdonata. Tra gli mwbxsAnnelida, la mwbxwclasse degli mwbx0Hirudinea ed mwbx4Oligochaeta. Infine, tra i mwbx8Mollusca la classe dei mwbyaBivalvia e dei mwbyeGastropoda.
Classificazione funzionale
• Frammentatori: sono detritivori che si nutrono di depositi di materiale organico grossolano, nutrendosi ad esempio delle foglie degli alberi cadute nell'acqua
• Collettori: si nutrono di particelle minute di sostanza organica, di diametro inferiore ai 2mwbzc mm
• Raccoglitori: raccolgono la sostanza organica dal sedimento
• Filtratori: trattengono con un apparato boccale appositamente conformato le minuscole particelle di cibo e i batteri veicolati dalla corrente
• Pascolatori e raschiatori: hanno appendici boccali idonee a raccogliere o raschiare le patine algali o il materiale organico attaccato al substrato.
• Predatori: Sono carnivori, predatori di altri invertebrati d'acqua dolce oppure parassiti di vertebrati di dimensioni superiori.
Costituiscono, inoltre, la maggiore fonte di cibo per gli altri predatori acquatici, come ad esempio i pesci, creando l'interconnessione trofica tra gli organismi microscopici e i vertebrati di maggiori dimensioni.
Note
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Voci correlate
• mwcooEcologia marina
• mwcowSubstrato
• mwco4Piano sopralitorale
• mwcpaPiano mesolitorale
• mwcpiPiano infralitorale
• mwcpqPiano circalitorale
• mwcpgBiocostruzione marina
• mwcpoBarriera corallina
• mwcpwCoralligeno
• mwcp4Plancton
• mwcqaNecton
Altri progetti
Altri progetti
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• Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su benthos
Collegamenti esterni
• citereftreccani-itbenthos, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
• citerefbritannica-com(EN) benthos / microbenthos, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
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